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Il ritorno degli Ebrei nella terra promessa


DIO HA SCELTO ISRAELE (II)


Il sionismo non si limitò ad agire politicamente per ottenere che agli Ebrei fosse concessa dalle nazioni la possibilità di costituire un loro proprio Stato sulla terra d’Israele, ma si adoperò per promuovere ed agevolare la concreta immigrazione degli Ebrei nella terra dei loro padri.


Le persecuzioni spingono gli Ebrei verso la loro terra

      Il 13 marzo 1881 un gruppo di anarchici russi assassinò lo zar Alessandro II. Come in molti altri casi, si sparse subito la voce che erano stati gli Ebrei. In realtà, soltanto uno di loro era ebreo, ma agli antisemiti questo fu più che sufficiente per scatenare un’ondata di pogrom in tutto l’impero zarista, soprattutto in Ucraina. Folle inferocite assalirono i quartieri ebraici, saccheggiando case e negozi, picchiando, stuprando e anche uccidendo. A dare un’idea del terrore che si diffuse allora tra milioni di ebrei possono servire gli appunti del diario di uno dei principali ideologi sionisti di quel periodo, Moseh Leib Lilienbum (1843-1910), che trascorse il maggio 1881 in una cantina di Odessa:

      Ma il “Dio d’Israele” decise di intervenire e le truppe del governo riuscirono quella volta a impedire altre violenze e a riportare l’ordine.
      Vandalismi e saccheggi però continuarono, e a tutto questo seguì una serie di leggi e decreti che discriminavano ancora di più gli Ebrei dal resto dei cittadini. La speranza dell’assimilazione impallidiva sempre di più e molti Ebrei decisero, ancora una volta, di abbandonare una terra diventata ostile e di emigrare verso altri lidi.
      L’emigrazione avvenne in diverse direzioni: Stati Uniti, Canadà, Sud America, Sud Africa, Europa. Una piccola parte decise invece di tornare nella terra d’origine.
      Cominciarono a formarsi diverse associazioni clandestine, chiamate Chovevei Zion (coloro che amano Sion), con lo scopo di favorire l’emigrazione in Palestina. In seguito i diversi gruppi si confederarono nel “movimento Chibbat Zion“ (Amore per Sion). Nello statuto di una di queste associazioni, fondata da studenti di San Pietroburgo, compariva la seguente norma:       Un gruppo residente a Kharkov, che fu chiamato Bilu (iniziali di Bet Ya’akov Lekwe ve-Nelkah: “Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo”), occupò in seguito un posto importante nella storia dell’immigrazione ebraica in Palestina. Nel suo programma si leggeva:       Nel 1882 quattordici biluim (così venivano chiamati gli appartenenti al Bilu) si misero in viaggio, decisi a ottenere l’autoemancipazione e la rinascita nazionale attraverso il duro lavoro compiuto direttamente sulla Terra d’Israele.
      Dopo incredibili peripezie arrivarono a Giaffa. Da questa città uno di loro, Ze’ev (Vladimir) Dubnow, scrisse una lettera al fratello, lo storico S. Dubnow, che comprensibilmente era dispiaciuto nel vedere Vladimir rinunciare agli studi universitari per andare a lavorare la terra in Palestina. David Ben Gurion, che il 14 maggio 1948 proclamò la nascita dello Stato d’Israele, ne riporta uno stralcio nel suo saggio “Il Sionismo”:       Non furono molti quelli che all’inizio seguirono questi primi coloni, ma la loro importanza sta nell’aver costituito un’avanguardia e aver instillato nel cuore del sionismo quella che qualcuno ha chiamato “la mistica del pioniere”. Le difficoltà erano enormi e lo sconforto sempre in agguato. Uno degli emigranti arrivato in seguito descrisse così la vita dei primi coloni:
Il “sionismo pratico”

      Theodor Herzl, l’ispiratore del cosiddetto “sionismo politico”, aveva riassunto il primo Congresso sionistico del 1897 con le famose parole: “A Basilea ho fondato lo Stato ebraico”. Ma affinché questo progetto diventasse realtà dovevano essere presenti due elementi: 1) la costituzione giuridica di uno Stato di Israele riconosciuto dalle altre nazioni; 2) la presenza concreta di un numero consistente di Ebrei sulla terra appartenente a quello Stato.
      Il primo obiettivo fu raggiunto dal “sionismo politico”, il secondo dal cosiddetto “sionismo pratico”. Herzl girò mezzo mondo per convincere i potenti della terra a riconoscere agli Ebrei il diritto di avere un loro proprio Stato, ma si trasferì in Israele soltanto dopo morto, quando nel 1949 la sua salma fu trasportata da Vienna a Gerusalemme. I sostenitori del sionismo pratico dicevano invece che gli Ebrei dovevano cominciare a trasferirsi definitivamente in Palestina, acquistare la terra, lavorarla e difendere i loro insediamenti anche con le armi, se necessario. Dalla presenza concreta degli Ebrei sulla loro terra sarebbe rinato, al momento opportuno, lo Stato di Israele. Qualcuno ha detto che proprio da questo sionismo pratico è nato il “nuovo ebreo”. Nuovo per due motivi: perché imparò a coltivare la terra, e perché abbandonò la passività con cui aveva subito la violenza nei secoli passati e cominciò a difendersi da solo.
      Dal 1881, anno in cui fu assassinato lo zar Alessandro II, al 1947 si susseguirono cinque ondate di immigrazione (in ebraico “alijah”, salita) di Ebrei in Palestina. Nella prima, dal 1881al 1903 si trasferirono in Palestina da 20.000 a 30.000 Ebrei. Una cifra trascurabile dal punto di vista puramente politico, ma significativa per la realtà che esprimeva. Nel suo saggio sul sionismo Ben Gurion ne parla in questo modo:       Alla fine di queste cinque ondate di immigrazione, in meno di settant’anni, la popolazione degli Ebrei in Palestina era passata da 25.000 a 630.000 persone. Parallelamente allo sviluppo politico degli eventi storici che avrebbero portato alla costituzione giuridica di uno Stato di Israele, andò quindi crescendo, in modo inaspettatamente rapido, la comunità ebraica di Palestina (yishuv), sia come numero, sia come organizzazione e consapevolezza della propria identità. Così, quando fu possibile piantare su quella terra scelta da Dio il cartello “Stato di Israele”, era già presente un popolo concreto in grado di respingere l’immediato assalto delle nazioni circostanti, che con forze enormemente superiori cercarono rabbiosamente di abbattere subito quel cartello e di gettare a mare le persone che ci stavano dietro.


Chi decide i criteri di giustizia?

      Naturalmente l’insediamento della popolazione ebraica in Palestina non avvenne senza incidenti e lotte anche sanguinose. Ma è falso e fuorviante parlare di occupazione, e tanto meno di colonizzazione. Arabi ed Ebrei andarono crescendo di numero, anche se in proporzioni disuguali, su un terreno che non apparteneva né agli uni né agli altri. La terra contesa era stata governata prima dai Turchi, poi dagli Inglesi. Con la caduta dell’impero ottomano sorsero problemi di spartizione in una realtà del tutto nuova rispetto al passato più o meno recente. Ma per dirimere questioni di spartizione occorre anzitutto definire i criteri di giustizia con cui si vuole operare. Soltanto dopo che le parti in causa hanno definito, scelto e accettato i criteri con cui vogliono valutare le situazioni, si può cercare di individuare chi li ha osservati e chi no, e che cosa si deve fare per adeguare i fatti ai criteri. Ma qui sta il nocciolo del problema, perché i musulmani hanno i loro criteri di giustizia, gli ebrei ortodossi ne hanno altri, i “gentili” occidentali altri ancora. Chi decide i criteri di giustizia? La risposta è nota: il più forte. E come si decide chi è il più forte? Nel solito modo: con la guerra. I problemi di spartizione della Palestina sono sorti perché l’impero ottomano, alleandosi con gli imperi centrali, aveva perso la prima guerra mondiale e la Società delle Nazioni aveva assegnato alla Gran Bretagna il Mandato di governo su quella regione. Quando, dopo la seconda guerra mondiale, l’Assemblea dell’ONU deliberò la divisione della Palestina in due Stati, le nazioni arabe circostanti rifiutarono di accettare quella decisione non perché contestavano l’applicazione concreta di criteri decisionali che avevano accettato, ma perché rifiutarono gli stessi criteri di giustizia con cui si era arrivati alla decisione e cercarono con la forza di imporne degli altri, più consoni alla legge islamica (sharia), secondo la quale gli Ebrei non potevano dominare sui musulmani in una parte della sacra terra appartenente all’Islam, e quindi dovevano essere buttati a mare. E provarono a farlo, subito dopo la costituzione dello Stato d’Israele, ma non ci riuscirono. Ci riprovarono in seguito, e ogni volta non ci riuscirono. Le ripetute sconfitte non le convinsero però a ravvedersi, ma soltanto ad adeguarsi temporaneamente alla legge del più forte. Le guerre furono sostituite dalla guerriglia terroristica dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), che aveva come scopo statutario non la riconquista dei territori occupati dagli Ebrei nelle loro guerre di difesa, ma la pura e semplice cancellazione dell’”entità sionista” dalla Palestina. Il suo attuale capo, Yasser Arafat, dopo la clamorosa sconfitta del dittatore iracheno Saddam Hussein, dalla cui parte si era pubblicamente schierato, si “pentì” del suo terrorismo, e due anni dopo firmò i cosiddetti “accordi di Oslo”, in cui l’OLP e Israele si riconoscevano reciprocamente e sottoscrivevano un documento in cui si impegnavano a compiere alcuni passi che avrebbero dovuto portare, dopo alcuni anni, alla costituzione di uno Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele. E per questa eccezionale impresa il “terrorista pentito” ricevette il premio Nobel per la pace!
      Da quel momento i criteri di giustizia comunemente accettati avrebbero dovuto essere quelli stabiliti dalle Nazioni Unite. In realtà, quegli accordi non sono stati osservati, né da una parte né dall’altra.
      Ma da un punto di vista biblico la forma di giustizia sovranazionale, imparziale e universale a cui molti anelano nella speranza di vedere risolti in quella sede i conflitti locali presenti sulla terra, non è altro che l’aspirazione umana a prevenire e sostituire quello che un giorno si manifesterà come il tribunale di Dio. Non è strano allora che certi organismi internazionali continuino ad emettere sentenze contro Israele, perché è proprio da Israele che Dio giudicherà le nazioni ed eserciterà sul mondo il diritto e la giustizia. Se la giustizia è l’espressione della legge del più forte, alla fine le nazioni dovranno riconoscere che il più forte è il Dio che ha scelto Israele.
L’uomo adatto nel momento adatto

      Ma torniamo ai problemi di insediamento dei “sionisti pratici”. Per loro l’acquisto della terra era fondamentale. “Senza la proprietà della terra, Eretz Israel non sarà mai ebreo”, disse uno di loro, Menachem Ussishkin (1863-1841). L’acquisto della terra in Israele, che nel gergo sionista era chiamato “riscatto”, andò avanti per decenni, nonostante gli impedimenti che le autorità ogni tanto ponevano per impedire, o almeno rallentare, l’insediamento degli Ebrei. In molti casi le operazioni erano facilitate dal fatto che il venditore arabo era convinto di offrire all’inesperto acquirente ebreo un terreno arido e infruttuoso ad un prezzo molto più alto del suo valore reale. Credendo di avergli dato il classico “bidone”, qualche anno dopo doveva meravigliarsi nel vedere che il disprezzato ebreo aveva saputo trarre da quel terreno un frutto inaspettato.
      Ma per acquistare terreno, come per costruire case, sinagoghe, scuole, ospedali, ci vogliono i soldi. E anche questi, in vari modi e in tempi diversi, arrivarono. Lo straordinario nella storia del sionismo sta anche nel fatto che per ogni nuovo bisogno si presentò sempre, al momento opportuno, la persona adatta che si sentì spinta ad offrire spontaneamente i suoi servizi. Una di queste fu il Barone Edmond de Rotschild (1842-1934), che senza voler dare nell’occhio e presentandosi spesso in forma anonima come “l’innominato benefattore di Parigi”, mise a disposizione una parte cospicua dei suoi capitali per finanziare vari insediamenti ebraici in Palestina. Ebbe qualche difficoltà con i coloni della seconda e terza ondata di immigrazione (1904-1923), i sionisti di ispirazione socialista che fondarono i primi kibbutz e che, per ragioni ideologiche, mal sopportavano di ricevere grosse cifre dalle mani di un capitalista e di dipendere da lui. Volevano lavorare con le proprie mani e decidere da soli il loro destino. Il Barone alla fine prese atto di questa realtà e affidò l’amministrazione dei suoi beni in Palestina ad una commissione di esperti.
      Più tardi, quando nel 1914 andò a visitare Degania, il primo kibbutz israeliano, Rothschild disse a sua moglie: “Vedi, Adelaide, questo non viene da me. Io non ho tirato fuori un soldo. Questo l’hanno fatto tutto i sionisti”. E ad un sionista della Jewish Agency (l’organizzazione che rappresentava ufficialmente gli ebrei in Palestina) il Barone un giorno disse: “Voi sionisti ed io siamo come due scavatori che hanno cominciato a scavare un tunnel da due parti opposte. Avanziamo in direzioni contrarie, ma alla fine ci incontreremo a metà strada” (H.Helssler-W.Nänny, Wegbereiter für Israel, Metzingen 2001).

L’emergere di un popolo arabo-palestinese

      La comunità ebraica di Palestina continuò a crescere, nel numero, nelle proprietà, nelle strutture organizzative; e fu proprio questa crescita a determinare, per reazione, la nascita di un comune sentire antiebraico tipicamente palestinese. Gli Ebrei immigrati quindi non hanno trovato, ma hanno fatto nascere un popolo arabo-palestinese. Un popolo che proprio per questa sua genesi ha come unico elemento caratteristico e unitario il rifiuto degli ebrei.
      Non potrebbe essere questo il motivo per cui nel luglio del 2000 Yasser Arafat non solo non ha voluto, ma neppure ha potuto firmare l’accordo che Ehud Barak gli offriva con la mediazione del Presidente americano Clinton? Può nascere uno Stato di Palestina come conseguenza di un accordo con lo Stato di Israele? No, perché una “nazione palestinese” nata e cresciuta soltanto nella mente di chi odia gli Ebrei e ne vuole la distruzione può trovare la sua concreta realizzazione soltanto contro Israele. Perché sorprendersi allora se dopo il rifiuto di Camp David Yasser Arafat è stato accolto dai Palestinesi come un eroe, e subito dopo è scoppiata la “nuova intifada”? È così che deve nascere un autentico Stato palestinese: come risultato della lotta vittoriosa dei fedeli di Allah contro l’odiata ”entità sionista”. Se nasce in modo diverso, non è la “vera” Palestina descritta nei libri scolastici dei territori amministrati da Arafat.
      Tutto questo non significa che si debba e si possa fare una netta distinzione tra i “buoni Ebrei” e i “cattivi Palestinesi”. Non si tratta di valutare le persone sulla base di generici codici di comportamento morale, ma di distinguerle in relazione alla posizione che assumono nei confronti del piano storico-salvifico di Dio. Chi si oppone allo stanziamento del popolo d’Israele sulla terra che Dio gli ha assegnata nelle Sacre Scritture, di fatto pensa, parla ed agisce contro Dio stesso. E questo vale per l’ebreo come per il palestinese, per il democratico occidentale come per l’islamico orientale; e quali che siano le sue azioni e intenzioni. Dio ha scelto Israele non perché tutti gli Ebrei siano salvati e tutti gli altri dannati, ma perché è attraverso Israele che ha cominciato e porterà a compimento la Sua opera di salvezza tra gli uomini e manifesterà al mondo la Sua signoria.
      “La salvezza viene dai Giudei” (Gv 4:22), ha detto Gesù, il Messia d’Israele. E questo resta stabile in eterno, perché Gesù ha anche detto: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24.35).

(2. continua --> )   

Marcello Cicchese