ago02-ic



L’insegnamento neotestamentario


L’ORDINAMENTO DELLA CHIESA LOCALE



Gli insegnamenti del Nuovo Testamento e, in particolare, l’esempio della vita della chiesa del primo secolo, offertoci dal libro degli Atti degli Apostoli, offrono precise indicazioni sull’ordinamento che il Signore ha dato alla sua chiesa e da cui non possiamo prescindere se vogliamo essere a Lui fedeli. Sono indicazioni che, fra l’altro, escludono qualsiasi presenza gerarchica all’interno della chiesa e qualsiasi struttura denominazionale.


La chiesa nei Vangeli

     Gesù domandò un giorno ai suoi discepoli: “E voi chi dite che io sia?”. La risposta di Pietro fu: “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente”. E Gesù, replicando, gli disse fra le altre cose: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte dell’Ades non la potranno vincere” ( Mt 16:15-18).
     Nelle Sacre Scrittura non troviamo un trattato specifico che definisca l’ordinamento che vigeva nella primitiva chiesa cristiana. Perciò sarà necessario scorrere tutti i libri del Nuovo Testamento per avere una visione completa.
     Gli Evangeli ci parlano poco della chiesa, ma l’Evangelo di Matteo contiene la fondamentale dichiarazione del Signore Gesù Cristo. Egli annuncia che avrebbe edificato la sua chiesa sulla pietra angolare che è Lui stesso.
     I discepoli dopo aver trascorso del tempo col Signore, vengono mandati da Gesù in missione per annunciare il Regno di Dio. Ricevono alcune facoltà di guarire e cacciare demoni. Ritornano ripieni di entusiasmo per quello che hanno sperimentato: hanno scacciato demoni e guarito ammalati unitamente alla predicazione del Regno di Dio che viene. Il Signore Gesù modera quella loro gioia e li esorta ad essere felici piuttosto perché i loro nomi sono scritti nel libro della vita.
     Gli uomini mandati da Gesù sono investiti anche di una particolare dignità: “Chi riceve voi riceve me, chi rifiuta voi rifiuta me e il Padre che mi ha mandato”. I mandati da Gesù non furono solo i dodici che hanno avuto una posizione unica accanto al Signore, ma la missione fu estesa ad altri settanta.
     Questo numero potrebbe significare un numero indefinito, quindi tutti i credenti in Cristo sono mandati: ogni credente è un missionario, è un testimone inviato a proclamare il Regno di Dio e le virtù di Colui che dà la vita, e che trasporta i credenti dal regno delle tenebre alla sua meravigliosa luce.
     Nell’Evangelo di Matteo (cap. 18) ancora Gesù parla del legare e dello sciogliere. Il testo non lascia intendere affatto che fosse un fatto esclusivo dei dodici, e non avendo una precisa destinazione deve necessariamente intendersi che tutti i credenti sono investiti di questa facoltà.
     Il perdono essenzialmente è un affare che riguarda l’offensore e l’offeso. Infatti, in prima istanza sono essi che dal Signore sono chiamati alla riconciliazione e al superamento degli elementi di contrasto, poi per un aiuto necessario, quando uno di essi è resistente, sono chiamati in causa alcuni fratelli (anziani) ed infine tutta la chiesa locale. Fin qui non troviamo elementi per poter sostenere che i credenti nel loro essere e nella loro vita fossero dei sottoposti, nella chiesa, ad autorità gerarchica vincolante, quanto piuttosto dei fratelli al fianco di altri fratelli, compagni di viaggio, col compito di aiutarsi tra di loro sia sul piano spirituale che materiale.
     Infine nell’Evangelo di Giovanni (cap. 21), troviamo il colloquio di Gesù con Pietro, conosciuto come l’atto della riabilitazione del discepolo. Chi ha in mente una visione istituzionale della chiesa, secondo criteri umani, vede in questo colloquio di Gesù la costituzione di una autorità gerarchica superiore agli stessi discepoli e alla chiesa locale.
     Quando, purtroppo, ci si accosta ad un testo con una risposta precostituita è facile forzare il testo stesso per conclusioni e visioni personali. Ma accostandoci nella semplicità dei piccoli fanciulli (perché ad essi crediamo che il Signore continua a rivelarsi) vediamo che il Signore ha parlato di pascere agnelli, pecorelle e pecore che possono ben rappresentare i diversi gradi spirituali dei credenti che compongono la chiesa e non necessariamente debba intendersi che la chiesa, quindi, è ordinata con diversi livelli gerarchici.
     Si tralascia completamente la premessa del colloquio di Gesù con Pietro. Viene perduto il senso e la drammaticità dell’esperienza negativa di Pietro che, a differenza degli altri meno spavaldi, aveva rinnegato per tre volte il suo Signore.
     Ora l’intento del Signore Gesù era rivolto, nonostante il suo rinnegamento, al recupero completo di Pietro, perché a differenza degli altri discepoli egli portava sul suo cuore e sulla sua coscienza un peso gravoso.
     Gesù per tre volte gli chiede se lo amasse più degli altri discepoli, e in riferimento a quanto accaduto non poteva essere vero, perciò egli era come gli altri discepoli, se non addirittura peggiore di loro. Tuttavia il Signore Gesù per riabilitarlo, restaurarlo nella posizione di apostolo, per fargli superare il grave incidente spirituale del rinnegamento, gli rinnova la sua completa fiducia, e gli dice per tre volte di pascere ogni tipo di credente, il suo gregge.
     Nelle prime due richieste di Gesù: “Mi ami tu?”, viene utilizzata per amare, la parola agape. Essa viene adoperata per significare un amore divino, senza condizione, che scaturisce dall’atto di una volontà ferma e determinata. Mentre nella terza richiesta di Gesù viene utilizzata la parola fileo che indica affetto, amicizia, vincolo di fratellanza.
     La triplice richiesta fece dubitare Pietro di aver perduto la stima e la fiducia di Gesù, mentre al contrario Gesù confermandogli la sua fiducia voleva anche il suo amore incondizionato e il suo affetto, la sua amicizia. Cosi Gesù predice a Pietro che la sua morte sarebbe avvenuta per crocifissione. Solo dopo gli incontri con Gesù risorto e dopo questo colloquio così personale Pietro avrebbe potuto affrontare senza paura quella morte per cui prima lo aveva rinnegato.
     Pietro nelle sue risposte al Signore Gesù non osò mai pronunciare la parola agape, amore incondizionato, che voleva dire disposto a tutto fino a dare la sua vita, ma usò sempre la parola fileo, meno impegnativa, ma che esprimeva però il suo profondo affetto e la sua amicizia verso Gesù. Tuttavia, poi, Pietro, secondo la tradizione, affrontò la morte della crocifissione (Gv 20), come predetto dal Signore.


La chiesa negli Atti e nelle lettere apostoliche

    
Il libro degli Atti ci mostra la vita della chiesa di Gerusalemme, che ci pone degli interrogativi. Soprattutto: quale posto occupavano al suo interno gli apostoli, gli anziani e i diaconi prescelti dalla comunità fra gli ellenisti per servire nelle mense, ma che svolgevano anche un ministerio di evangelizzazione (Stefano, Filippo)?
     Alla luce degli Evangeli, degli Atti e delle lettere apostoliche dobbiamo chiarire se la chiesa locale sia stata costituita secondo un ordinamento gerarchico, una struttura organizzata o se la vita della chiesa locale sia stata fondata esclusivamente sulla direzione e la guida dello Spirito Santo, attuata col conferimento dei “carismi” a chi Egli ha voluto.
    
     Secondo H. Von Campenhuasen:
     “La comunità non è dunque vista (negli scritti di Paolo) come un’organizzazione sempre strutturata, gerarchizzata o stratificata, bensì come un cosmo vivente, unitario, di liberi doni spirituali che si servono e si integrano a vicenda e i cui depositari non possono mai elevarsi gli uni sopra gli altri o chiudersi gli uni agli altri. Dal momento che ogni costrizione, ogni potere permanente di comando è espressamente escluso, il quadro della comunità che cosi si presenta, se inteso nel senso di un ordinamento sociale umano, è utopistico”.
     Inoltre Campenhuasen non riconosce nella Chiesa di Corinto nessuna direzione da parte di un collegio di anziani.
    
     Al contrario, E. Schweizer nel considerare le cose come avvenivano non vede una contraddizione tra “libertà dello spirito e ordinamento giuridico”.
     Egli dice: “È lo Spirito di Dio, che indica nella libertà l’ordinamento che la comunità poi riconosce: questo è dunque funzionale, regolativo di servizio, non costitutivo; e proprio questo è determinante”.

     Il testo di 1Corinzi 14:33 lascia intendere che alla chiesa locale sono dati i doni necessari alla sua vita e al suo sviluppo secondo un ordinamento stabilito da Dio. Ogni ufficio della primitiva Chiesa veniva conferito dal Signore in una situazione del tutto fluida. Comunque quello che è importante riconoscere è che nella chiesa locale vi è un ordine che viene da Dio, che è voluto da Lui e che il capo della comunità è Cristo che la regge per mezzo del suo Spirito.

     Lo studioso K Holl, di area cattolica, esprime cosi il concetto di chiesa nella primitiva comunità di Gerusalemme: “Noi troviamo nella comunità cristiana fin dall’inizio una regolare gerarchia, un ordinamento divinamente stabilito, un diritto ecclesiastico divino, una Chiesa come istituzione nella quale vengono ammessi i singoli”.
     Egli vede una preminenza divina permanente per tutti i dodici discepoli e Giacomo il fratello del Signore. Per questo essi avevano il diritto/dovere della direzione della chiesa.
     Questa concezione altera il concetto di chiesa in quanto essa è vista come una struttura a sé stante autonoma dai singoli credenti, mentre la chiesa secondo il pensiero di Gesù è lì dove due o tre sono radunati nel suo nome. Per la manifestazione della chiesa locale non è richiesto la presenza di organi speciali, di ordinamenti o di incaricati ecclesiastici.
     L’apostolo Paolo è incaricato direttamente dal Signore a svolgere il suo apostolato e il suo servizio e non mostra, nei suoi rapporti con i dodici e la chiesa di Gerusalemme, nessuna subordinazione, tuttavia ricerca la loro comunione e si confronta con essi nel desiderio di procedere in armonia e senza contrasti.
     È importante osservare come tutte le lettere apostoliche siano state indirizzate alle chiese e non ai responsabili o agli anziani di esse. Si vede come gli stessi anziani non costituiscono una categoria a sé stante, distinta dalla chiesa e sopra la chiesa.

     L’apostolo Paolo, pur essendo stato usato dal Signore per dare vita a numerose comunità, non sviluppa con esse un rapporto gerarchico. E, pur avente un’indiscussa autorità spirituale, egli evita di farla valere imponendosi come un capo, ma piuttosto si presenta e si propone come il servo della comunità di Dio.
     Egli è consapevole di non poter dare dei comandi o ordini personali perché egli non è il legislatore, perciò non può richiedere un’ubbidienza cieca, una sottomissione indiscutibile.
     La chiesa di Dio, formata dai singoli credenti che hanno ricevuto il dono dello Spirito Santo, è esortata da Paolo a seguirlo nella libertà dello Spirito all’adempimento fedele della volontà e dei precetti divini. L’apostolo Paolo scrive le sue lettere nello spirito di guidare, curare, proteggere, esortare, incoraggiare e fissare in modo chiaro le linee dottrinali che devono essere il fondamento stabile della loro fede. Infatti egli rivela il suo pensiero chiaramente nel dichiarare che non vuol comandare, non imporsi con l’autorità, né ribattere con severità, ma piuttosto vuol guadagnare con la dolcezza.
     Non si può non riconoscere che l’apostolo per certi aspetti e situazioni rivendichi la sua autorità ricevuta direttamente dal Signore. In quanto mandato dal Signore ( 2Co 10:8; 13:10) egli non vuol servirsi di questa autorità per distruggere ma per edificare la comunità.
     Una cosa è evidente: la sua autorità non dipende dal riconoscimento della chiesa o da quelli che sono disposti a seguirlo. Il tono è autorevole e solenne quando egli riferisce un comando del Signore vincolante per sé stesso e per tutti i credenti .
     Nel caso dell’incestuoso di Corinto egli emette la sua sentenza personale, ma sollecita la chiesa a fare altrettanto ed applicarla con un provvedimento di disciplina (1Co 5:3-5). Vediamo in questo caso come guida la chiesa a rendersi conto della gravità morale di quella situazione e a porvi l’urgente e necessario rimedio per salvaguardare la comunità dalla cancrena del peccato che avrebbe compromesso la sua vita.
     Crediamo sia fuori discussione che la chiesa di Corinto riconoscesse l’autorità apostolica di Paolo e che l’ apostolo stesso fosse consapevole di questa autorità e del conseguente potere direttivo. Ciò va inquadrato in un contesto temporale e particolare che è quello della nascita e cura delle chiese da parte del suo “fondatore”. Ma questa speciale autorità spirituale, dopo la morte del “fondatore” è trasmissibile? Crediamo di no. Uno solo è il fondatore e cessa con la sua esistenza.
     Nel libro degli Atti (14:23) si racconta che Paolo e Barnaba nelle chiese nascenti, prima di lasciarle, designavano gli anziani, li raccomandavano a Dio. Le comunità all’inizio della loro esistenza venivano aiutate a superare alcune difficoltà che potevano sorgere nel riconoscere gli anziani come loro guide.
     Questo potrebbe far dedurre che gli apostoli avessero l’autorità di nominare gli anziani, ma l’apostolo Paolo nell’esortare gli anziani della chiesa di Efeso dice chiaramente chi nomina e sceglie gli anziani, ancorché egli stesso abbia designato degli uomini fedeli e capaci di tale ruolo: “Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi per pascere la chiesa di Dio, che Egli ha acquistata col proprio sangue” (At 20:28).
     Non dobbiamo mai dimenticare che la primitiva chiesa non aveva la guida del Nuovo Testamento nella completezza come l’abbiamo noi.

     Non si può non riconoscere che Gesù nell’inviare i suoi discepoli abbia conferito loro una certa dignità: “Chi ascolta voi, ascolta me; e chi rifiuta voi rifiuta me: chi poi rifiuta me, rifiuta Colui che mi ha mandato” (Lu 10:16).
     Ogni persona che è mandata da Gesù Cristo ha in sé questa dignità e coloro che sono da Dio riconoscono questi inviati con l’aiuto dello Spirito Santo. Ma essi non costituiscono una categoria fuori della chiesa o al disopra della chiesa. Essi sono la chiesa ma con tutti gli altri fratelli, nel tempo e nel luogo dove si trovano senza rapporti gerarchici ma solo rapporti funzionali e organici come avviene fra le membra e gli organi di un corpo.

     Il potere di legare o sciogliere, secondo alcuni studiosi, viene visto come un elemento che caratterizza l’autorità ecclesiale in un quadro di chiesa ordinata gerarchicamente. Ma in realtà esso viene dato da Gesù senza una destinazione precisa. Ciò fa dedurre che non sia un potere riservato ed esclusivo di una categoria di credenti ma interessa tutti i componenti della chiesa.
     Per altre considerazioni che potrebbero scaturire dalla posizione dell’apostolo Pietro sui dodici e sulla chiesa riteniamo di non poterle affrontare in questo contesto. Possiamo solo dire che Pietro nei primi capitoli degli Atti, all’inizio della esistenza della chiesa, appare come una figura preminente e rappresentativa che poi si esaurisce nel tempo.
     Pietro dichiara egli stesso di essere un anziano tra gli anziani. (1P 5:1).


Gesù Cristo edifica la sua chiesa

    
Prima di esprimere la nostra conclusione sulla questione è importante fare alcune precisazioni.
     • La chiesa locale si differenzia essenzialmente e fondamentalmente da ogni tipo di comunità o associazione puramente umana.
     • La sottomissione della chiesa non è ad un capo umano, ma direttamente al suo Signore glorificato che con il suo Spirito la dirige e la edifica.
    
     In Atti 2:47 leggiamo che “il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati”.
     La predicazione in Gerusalemme produceva molte conversioni: “E sempre più si aggiungevano uomini e donne in gran numero, che credevano nel Signore” (At 5:14).
     L’annuncio dell’Evangelo in Antiochia (At 11), fatto da quelli che erano fuggiti da Gerusalemme ha un abbondante frutto di conversioni: “La mano del Signore era con loro; e grande fu il numero di coloro che credettero ed accettarono il Signore” (v. 21); “E una folla molto numerosa fu aggiunta al Signore” (v. 24b).
     La crescita della chiesa, i successi della evangelizzazione sono attribuiti tutti al Signore.
    
Anche al di fuori del libro degli Atti troviamo la medesima affermazione. Paolo all’inizio della evangelizzazione in Efeso dice: “una larga porta mi si è aperta ad un lavoro efficace” (1Co 16: 9).
     “Giunto a Troas per il vangelo di Cristo, una porta mi fu aperta dal Signore (2Co 2:12 ).
     “Pregate nello stesso tempo anche per noi, affinché Dio ci apra una porta per la parola, affinché possiamo annunziare il mistero di Cristo” (Cl 4:3).
     Nella vita interna alla chiesa locale l’edificazione, la consolazione, l’incoraggiamento, non sono tanto il frutto degli impegni umani quanto l’opera di Dio e dello Spirito Santo.
     In Atti 9:31 leggiamo che “la chiesa in tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria aveva pace, ed era edificata; e, camminando nel timore del Signore e nella consolazione dello Spirito Santo, cresceva costantemente di numero”.
     Vi sono nella Scrittura altri passi che chiaramente attribuiscono a Dio e alla sua potenza sia la crescita che la edificazione della chiesa. Come abbiamo già visto, Gesù ha dichiarato: “Io edificherò la mia chiesa” (Mt 16:16). Tutti gli altri non sono altro che dei suoi collaboratori.
     La conseguenza diretta è che tutti gli uomini incaricati di uffici e servizi nella chiesa sono solo degli strumenti di Dio, ministri di Dio: “Così, ognuno ci consideri servitore di Cristo ed amministratore dei misteri di Dio. Del resto quel che si richiede agli amministratori è che ciascuno sia trovato fedele” (1Co 4:1). I credenti ricevono dallo Spirito Santo i doni per il bene comune. (1Co 12:4-11).


Il maggiore tra voi sia vostro servitore

     Il carattere di coloro che servono nella chiesa del Signore deve essere essenzialmente diverso da quello che anima i capi e dirigenti di aziende e le istituzioni umane, ordinate secondo un concetto gerarchico.
     Gesù così insegna ai suoi discepoli:
     “Voi sapete che quelli che sono reputati principi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Mr 10: 42-45).
     Gesù nella parabola degli invitati che si scelgono i primi posti mette in risalto la necessità per i suoi seguaci di scegliere gli ultimi posti (Lu 14:11). Ancora Gesù alla folla e ai suoi discepoli, parlando dei Farisei che si siedono in cattedra, che amano i primi posti e si fanno chiamare maestri, guide e padri, raccomanda di non fare come loro: “Ma il maggiore tra voi sia vostro servitore. Chiunque si innalzerà sarà abbassato e chiunque si abbasserà sarà innalzato” (Mt 23:11-12).
     Come è chiaro comprendere, Gesù vuole che i suoi discepoli, qualunque funzione o servizio rendono nella chiesa devono fare ogni cosa in uno spirito di umiltà, di servizio e nell’amore come Egli stesso ha fatto.
    
     Possiamo affermare che la chiesa primitiva non ha mai avuto una sovrastruttura ecclesiale di tipo sinodale e che le stesse comunità non hanno avuto un ordinamento interno di tipo gerarchico nel senso comune, perché la chiesa locale non può esser considerata un’istituzione nel senso politico e sociale, come comunemente viene inteso nel mondo.
     Il modello istituzionale dell’Antico Testamento dell’apparato sacerdotale che trovava la sua massima espressione nel Sinedrio e nella classe sacerdotale è stato del tutto superato con l’avvento di Cristo e la nascita della Chiesa, nella quale ogni singolo credente è re, in riferimento alla sua dignità, e sacerdote, in riferimento alla sua funzione (Ap 1: 6).
     Tuttavia il Signore ha dotato la chiesa locale di carismi funzionali per il mantenimento dell’ordine affinché possa in essa avvenire la libera manifestazione dei doni conferiti dallo Spirito per la edificazione dei singoli membri che la compongono. La chiesa di Dio è il nuovo popolo di Dio che attende alle direttive del suo Signore. La chiesa è anche il “il gregge di Cristo” per il quale Egli ha provveduto dei pastori umani per pascerla non in una posizione di dominio ma di esempio (1P 5:3).

     Perciò possiamo affermare sulla base della Scrittura che la chiesa non è un’organizzazione o istituzione del tipo umano. Quando parliamo di chiesa istituzionale parliamo di struttura, di qualcosa a sé stante, come un edificio nel quale uno entra come utente, mentre biblicamente tutti i credenti sono l’edificio, la casa di Dio nella quale essi stessi sono i sacerdoti: “come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1P 2:4-5).

     Le Sacre Scritture ci mostrano chiaramente che la chiesa ha un ordinamento (anziani, diaconi), perché il nostro Dio è un Dio di ordine e non di confusione, ma essa vive sotto l’impulso dello Spirito Santo, attraverso i doni conferiti ai membri della chiesa locale; doni che non attribuiscono al possessore del dono il carattere della professionalità come nel mondo.
     Alla predicazione ed ai vari ministeri possono e devono partecipare tutti i membri che hanno ricevuto i doni non per l’utile personale, ma di tutta la comunità in uno spirito di servizio.

    
Espressioni che lasciano intravedere una qualche gerarchia

    
“Or fratelli, vi preghiamo di aver in considerazione coloro che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono, e di tenerli in grande stima ed amarli a motivo dell’opera loro” (1Te 5:12-13).
     “Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per le vostre anime, come chi ha da rendere conto; affinché facciano questo con allegrezza e non sospirando; perché ciò non vi sarebbe di nessun utile” (Eb 13:17).
    
     In questi versetti chiaramente i fratelli nella chiesa locale sono esortati a sottomettersi ed ubbidire a coloro che il Signore a loro preposti per ammonirli e che faticano nel pascere il gregge del Signore.
     Diversi interpreti di area cattolica, ortodossa, riformata e protestante, individuano traggono da queste parole la legittimazione per la costituzione di una gerarchia. Secondo questa interpretazione gli anziani o vescovi sono dei capi perciò hanno un potere legale, giurisdizionale e di rappresentanza che deriva loro dalla posizione superiore che essi hanno nella chiesa locale, e ciò risulta confermato dalla tradizione e dall’evoluzione vissuta dalla Chiesa nel secondo secolo dopo Cristo.
     Se così fosse la chiesa locale sarebbe un’istituzione ordinata gerarchicamente, perciò i capi come rappresentanti legittimi potrebbero dare vita anche a sovrastrutture organizzative di vario tipo e livello.
     Ora alla luce degli evangeli e degli scritti apostoli dobbiamo chiarire il senso e la portata delle esortazioni su citate.
     L’anziano Diotrefe fu un esempio negativo di un credente che pensava di poter essere il capo della chiesa locale. Nella terza lettera di Giovanni leggiamo: “Ho scritto qualcosa alla chiesa; ma Diotrefe che cerca d’avere il primato ( di essere il capo) fra loro, non ci riceve. Perciò, se vengo, io ricorderò le opere che fa, cianciando contro di noi con male parole; e non contento di questo, non solo non riceve egli stesso i fratelli, ma a quelli che vorrebbero riceverli impedisce di farlo, e li caccia fuor della chiesa”. L’ambizione di Diotrefe, nella sua arroganza, lo portava a disattendere dal rispetto della volontà del Signore del gregge.
     Non solo non accoglieva altri fratelli anziani, apostoli, ma tra gli altri anziani voleva avere il primato e con le sue minacce voleva impedire che altri fratelli della chiesa potessero accogliere i propri fratelli come Cristo ha accolto ognuno di noi (Ro 15:7).
     Evidentemente, per poter perseguire il suo malvagio disegno, non vedeva altra strada che quella di chiudersi in uno splendido isolamento, in modo da non subire insegnamenti e pressioni esterne che andassero contro la sua ambizione di primato.

     Gesù nel censurare gli Scribi e Farisei che reputavano di essere superiori agli altri comanda ai suoi discepoli di non farsi chiamare “maestri” e “guide”, perché: “uno solo è il vostro maestro e una sola è la vostra guida, il Cristo e voi siete tutti fratelli. (Tutti uguali pur con servizi e funzioni diversi). Ma il (fratello) maggiore tra voi sia vostro servitore” (Mt 23:8-10).
     La richiesta della madre di Giacomo e Giovanni, fatta al Signore Gesù, mirava ad assicurare ad essi una posizione superiore e di preminenza sugli altri e ciò indignò gli altri dieci discepoli.
     Ma Gesù spiegò loro che, diversamente dal mondo, non doveva esserci gerarchia o signoria tra di loro, anzi chiunque avesse voluto essere più grande avrebbe dovuto essere servo dei fratelli (Mt 20:20-28). Cioè avrebbe dovuto assumere una posizione di servo che notoriamente è in una posizione inferiore nella scala sociale. Il senso di questo insegnamento Gesù lo esprime in un modo che non lascia nessun equivoco lavando i piedi ai suoi discepoli.
     “Quando dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: «Capite quello che vi ho fatto? ( Egli aveva assunto la posizione di uno schiavo oltre al significato della purificazione che quell’atto esprimeva) Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13:12-14).
     Tutti i fratelli, compresi gli anziani e i diaconi, sono chiamati ad assumere questa posizione e a stimare i fratelli più di sé stessi ( Fl2: 3-7).
     La Parola dichiara ancora (1P 5: 2) che gli anziani non sono i padroni, i signori, i capi del gregge. La loro funzione non è quella di esercitare l’autorità nel senso gerarchico, ma di essere di esempio al gregge.
     L’apostolo Pietro esorta gli anziani ad essere dei “modelli” da seguire. Essi non devono trascinare il gregge, ma guidarlo con l’esempio di un fratello maturo e stabile.
     Ciò che rende autorevole un anziano, un dottore, un pastore o un profeta è la Parola insegnata. L’autorevolezza degli anziani è direttamente dipendente dalla fedeltà alla Parola del Signore.
     Gli anziani non possono chiedere ubbidienza e sottomissione alla loro persona, per la funzione che svolgono, ma, come ha scritto in più occasioni l’apostolo Paolo, devono essere consapevoli di non poter dare dei comandi o ordini personali perché non sono i legislatori, perciò non possono richiedere un’ubbidienza cieca, una sottomissione indiscutibile.
     Essi, senza imposizione alcuna, saranno amati, rispettati ed ubbiditi se loro per primi si sottometteranno all’autorità della Parola del Signore, se saranno irreprensibili nella fedeltà alla volontà divina e quindi se saranno dei riferimenti stabili per i fratelli più giovani o meno maturi. Infine la Parola ci esorta a ringraziare continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo; “sottomettendoci (anziani e non) gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5:21).
     Inoltre la Parola ci esorta a sottometterci “a chiunque lavora e fatica nell’opera comune“ (1Co 16:15-16).
     Non c’è vero servizio senza umiltà e fedeltà al Signore. La via alla vera grandezza è l’abbassamento di noi stessi nel servizio per il gregge del Signore. Dopo l’abbassamento ed un fedele servizio nella cura del gregge, gli anziani riceveranno, non dagli uomini, ma dal supremo Pastore la corona della gloria che non appassirà mai.

     “E tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri
(anziani e non), perché Dio resiste ai superbi ma da grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché Egli vi innalzi a suo tempo” (1P 5:4-7).
     Allora nella chiesa del Signore coloro che hanno maggiore responsabilità di governo non sono dei “capi” e dei “dominatori”, ma dei servi secondo l’insegnamento e l’esempio di Gesù Cristo.


Una peculiarità delle Assemblee

     Le nostre Assemblee non sono una denominazione che abbia un’organizzazione o una sovrastruttura che in qualche modo riveli un principio gerarchico, ma piuttosto vivono una totale uguaglianza orizzontale senza gerarchie.

     La tipicità del nostro radunamento, che non prevede una persona che stia sul pulpito dall’inizio alla fine della riunione, pur se esiste il dono di presidenza, che tra noi viene esercitato in situazioni speciali, vuol esprimere in modo visibile la nostra ferma convinzione che Colui che presiede è lo Spirito Santo e tutti sono seduti l’uno accanto all’altro, come fratelli, figli dello stesso Padre, senza alcuna preminenza. Così il ministerio della Parola sarà esercitato da colui che lo Spirito Santo sospinge oppure, se programmato, da colui che la chiesa, ha incaricato o da fratelli di altre chiese che il Signore ci ha provveduto per invito o per visita spontanea.

     Agli anziani, ai diaconi, “a chiunque lavora e fatica nell’opera comune “, a tutti coloro che svolgono dei servizi utili alla chiesa, costituiti dallo Spirito Santo per la funzione assegnata loro sono dovuti rispetto e stima (1Te 5:12-13), ubbidienza e sottomissione (E 13:17), quando con umiltà, come servi e come esempio (1P 5:2-3) esercitano il loro servizio in nome del Signore a favore dei singoli membri della chiesa, il gregge che il Signore ha comprato col suo prezioso sangue.

     Un buon pastore che veglia sul gregge del Signore eserciterà il suo servizio non come un mercenario ma con uno spirito di amore (agape) fraterno che pensa ed agisce con gran responsabilità per il bene dei fratelli che gli sono stati affidati dal Signore, dal solo vero Padrone del gregge.
    

Carlo Bisceglia