ago02-ic



Fra difficoltà e speranze


VIVERE IN ISRAELE OGGI


Non passa giorno in cui non si senta parlare di Israele. Spesso le notizie mostrano immagini poco rassicuranti. Al nome “Israele” si associano il pensiero di guerra, di terrore. Tanti ci chiedono com’è vivere in un Paese del genere. In quest’articolo cercheremo di dare un’idea di com’è la situazione attuale confrontandola con quella precedente al riaccendersi delle violenze.


Una realtà molto complessa

     Da poco più di due anni e mezzo ci siamo trasferiti a Gerusalemme dove stiamo studiando l’ebraico e collaborando con la Home for Bible Translators (Casa per i traduttori della Bibbia), per essere coinvolti direttamente nel lavoro di traduzione della Bibbia.
     Vivere in Israele è stata e continua ad essere un’esperienza che va certamente oltre a quella accademica. Israele è una nazione molto complessa, piena di paradossi e di tensioni che si avvertono in tempi di pace e ancor di più in tempi segnati dalla “guerra” come questi.
     È la nazione in cui ci si saluta con “Pace” (in ebraico “Shalom”), ma pace non c’è. Non si può vivere in un paese come questo senza ritrovarsi cambiati nel modo di vedere la vita, nel modo di capire termini come nemico, guerra, religione e religiosità, estremismo, terrore e terrorismo...
     È proprio nella terra da alcuni chiamata “santa” che si subiscono quotidianamente le conseguenze dell’odio.


Uno sguardo al passato

    
Arrivati in Israele agli inizi del duemila, per nostra gran sorpresa, la situazione politica del Paese ci era apparsa eccezionalmente tranquilla. Avvertivamo solo di essere in un paese reduce da periodi di tensione e sempre in allerta, pronto alla difesa nonostante l’apparente situazione di pace. Con il passare del tempo ci siamo abituati ad essere perquisiti tutte le volte che andavamo in un centro commerciale o all’università, all’entrata dei parcheggi (si controllano tutte le macchine in cerca d’esplosivo).
     Ci sorprendevamo un po’ meno nel vedere la gente nel panico di fronte ad una borsa abbandonata (potrebbe essere una bomba?), gli autobus con le reti metalliche intorno ai finestrini messe per proteggere i passeggeri da possibili sassaiole, i tanti soldati e la gente armata per le strade. (Non è insolito vedere bambini in gita con gli insegnanti con i mitra al collo). I controlli, diventati semplicemente parte della vita di tutti i giorni, intimorivano meno e quasi non sembravano più necessari agli occhi di chi come noi non è abituato a vivere in un paese dove la pace è sempre una realtà precaria.
     Era possibile viaggiare con relativa tranquillità in tutte le zone del Paese, compresi i territori occupati.1
     Molti erano gli israeliani che andavano nei villaggi palestinesi a fare spesa o a mangiare nei ristoranti arabi.
     L’economia palestinese beneficiava notevolmente dell’afflusso d’israeliani nelle loro zone e dell’afflusso di turisti in aree come la città vecchia a Gerusalemme. Molti erano i Palestinesi che raggiungevano ogni giorno le città israeliane per lavorare. La maggior parte dei lavori manuali in Israele era, infatti, in mano ai cittadini palestinesi.
     Vivere in Israele in quel periodo è stata un’esperienza tanto significativa quanto vivere in Israele oggi: molti speravano di essere finalmente arrivati vicino alla pace tanto attesa e alla convivenza pacifica con i Palestinesi.
     I giovani, in particolare, credevano di essersi liberati dalla paura del nemico e di poter incominciare a vivere in una nazione pacifica e rincorrere gli ideali del mondo occidentale, nel desiderio di imitarne i modelli politici e il tenore di vita. Stava crescendo la speranza di poter metter giù le armi per costruire un futuro con i vantaggi della pace.
     Mantenere la pace stava diventando per molti Israeliani la cosa più importante, a costo di rinunciare persino ad alcuni degli ideali sionisti portati avanti con forza e spirito combattivo dalle generazioni precedenti. C’era la speranza di poter confinare anni di guerra e d’odio etnico nei libri di storia.
     Più titubanti e increduli erano invece alcuni tra le generazioni che hanno vissuto la nascita dello Stato d’Israele, tra le frange d’estremisti e tra gli Ebrei religiosi.
     Le tensioni maggiori
di quel periodo sembravano essere quelle createsi all’interno della società stessa. Da qui il detto che quando Israele non deve rimanere unita per combattere i nemici incominciano le guerre all’interno!

    
Un cambiamento improvviso

     Il fallimento dell’incontro avvenuto tra Baraq (allora primo ministro), Arafat e Clinton a Camp David nel luglio del 2000 e l’episodio che risvegliò la tensione tra il mondo palestinese e il mondo israeliano (la visita di Sharon, non ancora primo ministro, alla moschea d’Omar nel settembre 2000), hanno segnato l’inizio di un ennesimo periodo oscuro d’Intifada, il più lungo e violento finora. In realtà Israele è già in guerra, questa volta non contro un esercito vero e proprio, ma contro giovani palestinesi disposti a dare la propria vita per la causa palestinese. Quest’Intifada non è combattuta solo con i sassi, ma con l’esplosivo addosso a chi non ha paura di morire pur di punire chiunque sia ebreo. Il terrorismo è il nemico più grande di tutti quelli che vivono in questa nazione, Ebrei e non Ebrei.
     Sappiamo che vista dall’esterno o con gli occhi dei mass media, quella d’oggi può sembrare una guerra ingiusta combattuta da un esercito di carri armati contro dei ragazzini disarmati che lanciano sassi o che semplicemente si difendono. Non dobbiamo però dimenticare che da questa parte di mondo si muore alla fermata dell’autobus o seduti a bere un caffè. Sono i civili (anziani, ragazzini, donne e bambini) le vittime più frequenti dei kamikaze. Come difendersi da chi non ha paura di morire pur di uccidere?
     Vivendo qui ci siamo meglio resi conto della differenza tra Israele e gli Stati arabi che lo circondano, nazioni governate da regole diverse e caratterizzate da una mentalità lontana da quell’occidentale, che ha radici in secoli e secoli di storia.
     Con questo non crediamo che tutte le scelte del governo israeliano siano sempre le migliori, ma che ci sia una differenza tra le due forme di governo da prendere in considerazione.
     La differenza si nota nella società stessa: i Palestinesi integrati in Israele continuano a vivere pacificamente tra gli Israeliani, mentre gli Ebrei che vivono negli insediamenti2 corrono quotidianamente il rischio di essere attaccati e uccisi. I terroristi palestinesi diventano eroi nazionali e il lutto è vissuto con fierezza dalle famiglie dei kamikaze (almeno apparentemente).
     Gli Israeliani coinvolti in attività terroristiche antipalestinesi non solo sono perseguiti dalla legge, ma condannati dall’opinione pubblica. Il terrorismo non esiste nella forma di governo israeliana e nella mentalità della gente comune.
     Ci rendiamo conto che vivendo in una zona prevalentemente israeliana, siamo più vicini alla sofferenza degli Ebrei e forse meno consapevoli di quella di chi vive dall’altra parte.
     Siamo però coscienti del fatto che anche tra i Palestinesi ci sono tante persone vittime di un sistema che certamente non rappresenta tutti e di una cultura che li spinge alla vendetta.


La situazione attuale

     Per chi vive in zone relativamente lontane dai territori occupati o dal centro di Gerusalemme, a volte è difficile rendersi conto di quello che accade intorno.
     Anche noi sentiamo al telegiornale o leggiamo sui giornali cosa succede in Israele. Non ci sono sparatorie e carri armati fuori per le strade del nostro quartiere. Sentiamo in lontananza qualche boato e gli elicotteri nel pieno della notte volare sopra le case.
     Il pericolo più grande anche per noi sono gli attentati che possono colpire ovunque e chiunque.
     Com’è cambiata la vita di tutti i giorni?
     Si convive con la paura di diventare le prossime vittime di un ennesimo attentato sull’autobus o in un centro commerciale. Si è sottoposti a continui controlli molto scrupolosi rispetto al passato. Oggi quasi ogni ristorante o posto pubblico ha una guardia fuori all’entrata che perquisisce chiunque voglia entrare.
     Si avverte la tensione tra la gente.
    
Ci sono mamme che mandano i figli a scuola su autobus diversi così, in caso d’attentati terroristici, non subirebbero la perdita di entrambi.
     Intere famiglie vivono nell’ansia quando i propri cari sono chiamati (ragazzi e ragazze) al servizio militare. Molti padri di famiglia sono improvvisamente richiamati nell’esercito.
     La gente è delusa, scoraggiata di fronte all’opinione pubblica del mondo che spesso reagisce contro Israele, senza però capire fino in fondo la realtà che lo caratterizza. Il riaccendersi dell’antisemitismo riapre in molti una ferita mai completamente guarita.
     Le zone che prima erano stracolme di turisti sono ora deserte. L’economia del paese (quella israeliana, ma ancora di più quella palestinese) sta soffrendo incredibilmente. Molti lavoratori palestinesi non possono raggiungere il proprio posto di lavoro per la chiusura dei confini.
     In Israele, oggi la gente è più consapevole della fragilità della vita. La morte è una realtà a cui pensano anche i giovani e i bambini. Si pensa più al significato della vita qui che non nelle nostre comode realtà occidentali. La gente cerca sicurezza e sicurezza non c’è.
     Nonostante tutto, la vita continua, la gente continua a prendere l’autobus, i bambini vanno a scuola e giocano per le strade, le persone più coraggiose vanno al ristorante in posti affollati. Israele è per gli Ebrei israeliani la nazione tanto ambita, creata con il lavoro e il sacrificio dei padri. Non possono andarsene.
     Tanti vorrebbero andarsene per sempre... ma dove?
     Altri credono che questo sia proprio il momento di rimanere.
     La decisione di vivere in Israele per chi ha la possibilità di andarsene colpisce il cuore di chi deve rimanere.
     Anche per questo decidiamo di restare. Siamo più che mai consapevoli che non esiste un posto sicuro sulla faccia della terra. Il pericolo è ovunque e siamo al sicuro solo quando facciamo la volontà di Dio. Ciò non garantisce che non verremo toccati direttamente dal male che c’è intorno a noi, ma che il Signore ci darà la forza per affrontare il futuro.
    
     Continuate a pregare per questo popolo, senza dimenticare i Palestinesi.
     Pregate per la pace di Gerusalemme.
    

     Questo è uno dei momenti in cui Israele può gridare al Suo Dio e ritrovare la salvezza nel Suo Messia.
     Pregate anche per noi, che il Signore ci protegga e ci dia la saggezza di capire la sua volontà.
     La nostra preghiera è che la Sua pace possa raggiungere attraverso noi chi vive senza speranza.

    Note:
     1. La definizione che si sente dare quando si parla di territori occupati (la striscia di Gaza, la Cisgiordania) è che sono semplicemente la terra che l’ONU nel 1947 aveva destinato ai Palestinesi e che ora è occupata da Israele. Questa definizione è però incompleta e porta fuori strada. È fondamentale ricordare che subito dopo il ritiro dei Britannici nel 1948, questi territori furono immediatamente invasi e conquistati dai Siri, dai Giordani e dagli Egiziani che li occuparono fino al 1967. In quell’anno fu combattuta la “Guerra dei sei giorni” contro gli stessi Stati; in questa guerra Israele non solo vinse in modo sorprendente, ma anche conquistò questi territori.
     Quindi dal 1948 al 1967 la terra affidata dall’ONU ai Palestinesi per la costruzione di un proprio Stato fu occupata dai “fratelli arabi” e solo dal 1967 fino ad oggi da Israele. Da quando hanno ricevuto quella terra, i Palestinesi non hanno mai governato la propria nazione! Al contrario di quello che si pensa, Israele è l’unico occupatore che abbia fatto dei seri tentativi per aiutare i Palestinesi a stabilirsi in uno Stato indipendente.

     2. Insediamenti: dal 1967, con l’approvazione dello Stato, coloni israeliani incominciarono a creare degli insediamenti all’interno dei territori occupati. Alcuni sono piccoli villaggi, altri città vere e proprie. Alcuni sono vicini ai confini, altri proprio all’interno dei territori. Sono circa duecentomila gli Israeliani che vivono di là della linea verde (linea che traccia i confini). Gli insediamenti hanno acceso forti polemiche non solo nel mondo, ma anche tra gli Israeliani stessi.