Scritta dal carcere
LA LETTERA DI PAOLO
AI FILIPPESI (VII)
Paolo scrive una testimonianza personale per affermare che la giustizia di Dio si ottiene soltanto mediante la fede nella sua grazia, manifestata nella persona di Cristo, e per indicare tappe e traguardo del suo cammino.
LA GIUSTIZIA CHE VIENE DA DIO (3:1-14)
Da una lettura sommaria di questa parte della lettera, si può osservare che viene ancora messa in evidenza la Persona sublime di Cristo. Si fa ancora riferimento alla sua opera di salvezza e soprattutto si sottolinea l'importanza della giustizia di Dio che è basata sulla fede. Ma prima di parlare di questo, Paolo sottolinea la sua condizione prima di conoscere Cristo.
L'importanza di ripetere gli insegnamenti spirituali (3:1)
Paolo rivolge parole consolanti ai Filippesi: "Del resto, fratelli miei, rallegratevi nel Signore. Io non mi stanco di scrivervi le stesse cose, e ciò è garanzia di sicurezza per voi" (v. 1). Prima di cominciare a trattare degli insegnamenti molto importanti, Paolo sottolinea tre cose.
1. L'allegrezza nel Signore (v. 1a): è un tema che ricorre spesso nella lettera. Chi è nelle mani di Dio non può lasciarsi dominare dalla tristezza, perché suo Padre è "il Dio della pace e dell'allegrezza" (Ro 15:13). L'allegrezza interiore che un credente sente e sperimenta è straordinaria e lo aiuterà a superare quelle circostanze che, umanamente, sarebbe difficile affrontare.
2. Non bisogna stancarsi di ripetere gli insegnamenti divini (v. 1b). Se Paolo scrive che non si stanca di ripetere le stesse cose, vuol dire che i precetti divini vanno esposti anche ripetendoli, visto il loro valore spirituale. Spesso anche nelle nostre riunioni, si mettono giustamente in evidenza degli insegnamenti spirituali che già tante volte sono stati menzionati. Purtroppo può accadere di sentir dire: "Queste cose le so già". Ma, quando si afferma di sapere e di conoscere gli insegnamenti della Scrittura, bisogna domandarsi se ciò è vero.
3. Il ripetere gli insegnamenti divini garantisce la "sicurezza" (v. 1b). Quando si ripetono certi insegnamenti della Parola di Dio non si vuol certo tediare la gente che ascolta, bensì rafforzare le verità e l'autorità della Parola di Dio. Se la Parola di Dio è saldamente piantata in noi, potremo trarre quel nutrimento spirituale necessario per giungere alla "perfetta statura di Cristo" (Ef 4:13). Ricordiamo, come esempio, che il tema dell'allegrezza nel Signore viene ripetuto più volte (addirittura in 4:4 Paolo afferma "Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi"). Le ripetizioni non sono inutili, quando rafforzano la verità.
Il significato della vera circoncisione (3:2-4a)
Con una certa fermezza e decisione, Paolo affronta poi un discorso che i Filippesi dovevano tenere presente per guardarsi dai "cattivi operai".
È una nuova occasione per l'apostolo per sottolineare ulteriormente come la salvezza sia esclusivamente per grazia, visto che vi era da temere l'influenza di coloro che si "confidavano nella carne", dando un'importanza sbagliata alla circoncisione esteriore. Infatti, nell'analisi di questi versetti si possono notare diverse cose.
1. Raccomandazioni su determinate persone (3:2).
Paolo desidera che i Filippesi facciano attenzione al comportamento e al pensiero di certe persone, per non essere influenzati. Infatti afferma: "Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare". In questo versetto si può osservare che :
a) Bisognava fare attenzione ai "cani" (v. 2a). Gli Ebrei indicavano chi non faceva parte del loro popolo con appellativi dispregiativi, tra cui il più comune era proprio quello di "cane", animale considerato impuro. Perciò l'epiteto che Paolo rivolge a queste persone è molto forte, ma ha lo scopo di mettere in guardia contro chi ha una vita impura e disordinata.
b) Bisognava fare attenzione ai "cattivi operai" (v .2b). Paolo aveva già utilizzato un appellativo molto simile verso coloro che si spacciavano per apostoli di Cristo, essendo però soltanto caratterizzati da apparenza e non da sostanza così da meritare di essere definiti "falsi" (2Co 11:13).
c) Bisognava fare attenzione da quelli che si facevano "mutilare" (v. 2b). La traduzione Diodati traduce la parola "mutilare" con "ricidimento" (= taglio), indicando così la circoncisione esteriore. I Filippesi dovevano fare attenzione e guardarsi da coloro i quali si facevano circoncidere evidentemente per la fiducia che essi manifestavano per quest'atto, invece di porre la dovuta attenzione e fede soltanto nel Signore Gesù. "Giudeo infatti non è colui che è tale all'esterno; e la circoncisione non è quella esterna, nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente; e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; di un tale Giudeo la lode proviene non dagli uomini, ma da Dio" (Ro 2:28-29). È necessario confidarsi non nella carne, ma solo nel Signore Gesù, quale unico Salvatore e Signore. Nient'altro deve interferire in questo rapporto di fiducia. Non giova a niente attenersi ad un formalismo esteriore.
2. La vera circoncisione (3:3-4).
Paolo continua il suo discorso spiegando il significato di una circoncisione vera ed autentica. Infatti egli afferma: "... i veri circoncisi siamo noi, che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio, che ci vantiamo in Cristo Gesù, e non mettiamo la nostra fiducia nella carne; benché io avessi motivo di confidarmi anche nella carne" (vv. 3-4a). Questa spiegazione è costituita da determinati argomenti.
a) L'identificazione dei veri circoncisi (v. 3a). Paolo afferma chiaramente che i circoncisi veri non sono coloro che si sono fatti recidere il prepuzio, ma usando il pronome personale "noi", vi include anche i Filippesi, che non appartenevano al popolo ebraico. La vera circoncisione esula dal fatto di appartenere al popolo d'Israele.
b) L'atteggiamento dei veri circoncisi (v. 3b). Tre sono gli atteggiamenti che il credente, quale vero circonciso, compie nei confronti di Dio:
o il culto per mezzo dello Spirito, poiché Lui ne è degno;
o unico punto di riferimento la Persona di Cristo, riversando su di Lui tutto il nostro interesse;
o la sfiducia nella carne, cioè nelle cose che sono terrene ed esteriori.
L'atteggiamento esteriore, senza un convincimento di cuore non è gradito a Dio, per cui Paolo inizia ad elencare quelle che erano le sue caratteristiche prima di conoscere Cristo affermando: "benché io avessi motivo di confidarmi anche nella carne".
I rapporti di Paolo con la legge (3:4b-6)
Paolo racconta aiFilippesi il rapporto che aveva avuto con la legge, prima di conoscere Cristo, per poi dimostrare che al di fuori di Lui non c'è giustizia.
1. Un paragone necessario (3:4b).
L'apostolo afferma: "Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più" (v. 4b). L'apostolo, ora, enumera le sue caratteristiche di "nobiltà autenticamente ebraica", descrivendo una sorta di carta d'identità (3:5-6): "Io, circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'Ebrei; quanto alla legge fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile" (vv.5-6).
Per un Giudeo era una presentazione notevole, infatti si può notare che:
o Paolo era stato circonciso l'ottavo giorno, dopo la nascita, come prescriveva la Legge: "L'ottavo giorno il bambino sarà circonciso" (Le 12:3; vd. Ge 17:12).
o Apparteneva ad Israele per diritto di nascita e non per aggregazione dal di fuori, come i proseliti.
o Nel seno di Israele era membro della tribù di Beniamino, uno dei due figli di Rachele.
o Era Ebreo nato da Ebrei. Cioè Ebreo al cento per cento.
o Era un Fariseo. Ai vantaggi che l'apostolo aveva per eredità, egli aveva aggiunto quelli che s'è acquistato con il suo sforzo personale e che, prima della conversione, gli valevano agli occhi degli altri Israeliti, onore e considerazione. Egli apparteneva infatti al gruppo religioso rigoroso dei Farisei.
o Quanto allo zelo era un persecutore della chiesa. Egli era "sempre spirante minacce e stragi contro i discepoli del Signore" (At 9:1).
o Quanto alla giustizia della legge, era irreprensibile. In merito all'osservanza dei precetti della Legge, nessuno poteva dirgli nulla.
Il rapporto di Paolo con Cristo (3:7-9)
Dopo aver elencato le sue caratteristiche di autentico ebreo, Paolo ora descrive qual è il rapporto che egli ha con Gesù e le conseguenze che ne derivano. Nel leggere questi versetti si può osservare con quanta forza Paolo esalti la Persona del Signore Gesù; tutto il resto scompare.
1. Un completo cambiamento (3:7-8).
L'apostolo Paolo afferma: "Ma ciò che per me era un guadagno, l'ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo". Tutte quelle distinzioni, ereditarie o acquisite, erano per Paolo, prima della conversione, tanti vantaggi che lui definisce come un "guadagno". Ma il giorno in cui ha conosciuto Cristo, ha capito che fondarsi su queste cose come garanzia di salvezza, avrebbe significato rinunciare per sempre alla giustizia di Dio. Perciò i vantaggi si sono rivelati ai suoi occhi come un danno, come spazzatura, rispetto all'eccellenza della Persona di Cristo.
2. La giustizia viene da Dio (3:9).
L'apostolo Paolo sottolinea l'importanza di conoscere la vera giustizia, cioè quella proveniente da Dio per "essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede". Appropriarsi di Cristo significa sperimentare per fede la salvezza che si ottiene soltanto mediante Lui. La vera giustizia che non ha niente a che vedere con l'idea umana di essere giusti mediante le opere. La lettera ai Romani insegna che non vi è nessun giusto e che mediante le opere della legge nessuno può essere giustificato in quanto la legge dà la conoscenza del peccato (Ro 3:20, 23). La salvezza e con essa la vera giustizia si ottiene soltanto per grazia "mediante la fede ... Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti" (Ef 2:8-9). La giustificazione, cioè l'atto con il quale Dio dichiara che il peccatore credente è divenuto giusto, è gratuita e immeritata (Ro 3:24) e si ottiene solo "per fede" (Ro 5:1).
Non è forse meravigliosa questa realtà?
Gli scopi che si prefiggeva Paolo (Fl 3:10-11)
Paolo descrive ora le conseguenze derivanti dal discorso sulla giustizia di Dio ottenuta per la fede.
1. Bisogna conoscere Cristo e tutto quello che lo concerne (3:10).
Questi scopi non devono essere ignorati dai credenti. Talvolta si danno per scontato certi discorsi e insegnamenti, ma anche quelle verità che si conoscono ormai da anni, è necessario approfondirle per avere una maggiore visione della Persona di Cristo.
a) Conoscere Cristo (v. 10a). L'argomento che riguarda la conoscenza del Signore Gesù è più che mai attuale. Come bisogna intendere la parola "conoscenza"? Su questo interrogativo ci risponde Giovanni il quale afferma: "Chi dice: Io l'ho conosciuto, e non osserva i Suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui..." (1Gv 1:4-6). La risposta di Giovanni è più che esauriente. La conoscenza del Signore Gesù non è caratterizzata da un rapporto astratto, freddo o basato su una documentazione storica, ma da un cammino: chi conosce Cristo "deve camminare come Egli camminò". Dire di conoscere il Signore e nello stesso tempo disinteressarsi volontariamente dei Suoi comandamenti, è una menzogna.
b) La potenza della risurrezione di Cristo (v. 10a). L'argomento della risurrezione di Cristo occupava un posto non indifferente nel cuore di Paolo. Basti pensare al capitolo 15 della prima lettera ai Corinti che descrive in una maniera meravigliosa la potenza della risurrezione di Cristo.
c) La comunione delle Sue sofferenze (v. 10b). Il soffrire come cristiano non deve rappresentare una vergogna, ma un'occasione per glorificare Dio (1Pi 4:16). La comunione con le sofferenze del Signore Gesù ci porta a considerare che "come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione" (2Co 1:5). Se le sofferenze di Cristo si riscontrano nella nostra vita, noi avremo una consolazione completa!
d) Essere conformi a Lui nella Sua morte (v. 10b). Questa dichiarazione rappresenta per il credente un'esortazione e una consolazione. Infatti l'apostolo afferma nell'epistola ai Romani: "Ora se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con Lui" (Ro 6:8). Il credente è morto al peccato per essere vivente a Dio, per mezzo di Cristo Gesù. Essere in Cristo significa partecipare alla sua vita di umiltà, di obbedienza, alle sue sofferenze, conformarsi progressivamente alla Sua morte, per prepararsi alla risurrezione.
2. Il fine ultimo (Fl 3:11).
Dopo che Paolo ha elencato quelli che erano gli scopi da lui prefissi, egli sottolinea in poche parole una delle dottrine più importanti per il credente, cioè la risurrezione dei morti: "per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti". L'apostolo Paolo indica la risurrezione dei morti, ma di quale risurrezione si sta parlando?
Certamente della prima risurrezione, quella dei credenti. Quando Paolo parla del rapimento della Chiesa afferma che "prima risusciteranno i morti in Cristo". Attraverso questa precisazione è chiaro che in questo evento saranno coinvolti esclusivamente i credenti facenti parte della Chiesa. Noi credenti dobbiamo ringraziare il Signore in quanto parteciperemo alla prima risurrezione e sia che siamo morti, sia che siamo viventi acquisteremo un corpo incorruttibile e trasformato: "Non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati... Perché la tromba squillerà e i morti risusciteranno incorruttibili e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità" (1Co 15:51-53). Paolo gioiva per questi grandi scopi e soprattutto per quest'ultimo: risorgere per rivestire l'incorruttibilità e l'immortalità.
Poi passa ad indicare ai Filippesi quello che lui desidera fare nel tempo presente.
Correre verso il traguardo (Fl 3:12-14)
Negli ultimi due versetti di questa sezione della lettera, Paolo afferma quello che aveva nel cuore .
1. Proseguire il cammino (3:12).
Diodati così traduce: "Non già che io abbia ottenuto il premio, o che già sia pervenuto alla perfezione; anzi proseguo, per procacciare di ottenere il premio; per il qual motivo ancora sono stato preso dal Signor Gesù" (v. 12). Da questo versetto si può notare che:
a) Paolo non era arrivato alla perfezione (v. 12a). Questo deve essere di insegnamento per noi. Le parole di Paolo sottolineano i limiti dell'esistenza umana. Non abbiamo ancora un corpo glorioso, non abbiamo ancora raggiunto la perfezione.
b) Bisogna proseguire il proprio cammino (v. 12a). Quando si cammina, si va avanti, non si torna mai indietro. Si cerca di arrivare al traguardo che ci si è proposti.
c) Ottenere il premio (v. 12b). Questo è un desiderio che necessariamente deve esistere in ognuno di noi. Il credente ha in vista una corona incorruttibile, per questo il nostro impegno dovrebbe essere costante. Ma per ricevere la corona bisogna lottare "secondo le regole" (2Ti 2:5) e questo significa che dobbiamo seguire quelli che sono i precetti divini. Questo premio deve essere ambito, ma per ottenerlo bisogna seguire la volontà di Dio.
d) Il credente è stato afferrato da Cristo (v. 12b). Ecco perché ambire ad ottenere un premio incorruttibile non è segno di orgoglio, perché ha la sua origine nel fatto che noi siamo stati afferrati da Cristo.
Proprio per quello che rappresenta il nostro Signore, il proseguire il nostro cammino sarà un'ulteriore occasione per conoscere il nostro unico punto di riferimento.
Infine, i vv. 13-14 contengono insegnamenti molto simili a quelli visti nel v. 12.
Il credente deve protendere sempre avanti.Egli non deve mai guardare indietro. Prendiamo due esempi: durante la distruzione di Sodoma e Gomorra, la moglie di Lot, guardò indietro, mentre stava fuggendo, trasgredendo a quello che Dio le aveva detto, disubbidì e per questo divenne una statua di sale (Ge 19:26); il Signore Gesù ha affermato: "Nessuno che abbia messo la mano all'aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto al regno di Dio" (Lu 9:62). È necessario quindi che il cristiano prosegua guardando avanti, manifestando così in modo concreto il desiderio di progredire spiritualmente: in questo modo egli potrà giungere ad ottenere "il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù". .
(7. continua)
Andrea Belli