mag01-ic

Scritta dal carcere


LA LETTERA DI PAOLO AI FILIPPESI (IV)


Le esortazioni che Paolo rivolge a costruire una comunione fraterna solida e stabile sono accompagnate dall’indicazione dell’unico fondamento possibile: il Signore Gesù, con la sua opera di redenzione e con il suo esempio di umiliazione e di servizio.


Avere lo stesso sentimento di Cristo (Fl 2:1-11)

      L’argomento inserito in questa sezione è davvero molto importante e l’importanza è determinata, ancora una volta, dalla persona di Cristo. Gli insegnamenti contenuti in questo brano devono essere ben scolpiti nel nostro cuore.
      Possiamo vedere in particolare alcuni punti contenuti in questi versetti.


1. I principi della comunione fraterna (Fl 2:1-5)

      Avere lo stesso sentimento di Cristo implica il legame della perfezione che è la carità. L’acquisizione di questo sentimento, non è automatica, ma vi è bisogno di un costante impegno e di sottomissione al Signore. Dopo il discorso di Pietro, l’animo dei primi convertiti, era pieno d’amore, per questo essi “erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere” (At 2:42). È certamente incoraggiante constatare come i primi cristiani godevano di questo particolare sentimento. Cosa succede nelle nostre chiese? Come viviamo la comunione con gli altri membri della chiesa?
      Paolo, nel brano che abbiamo di fronte, elenca una serie di principi caratteristici della comunione fraterna.
Caratteristiche della comunione (Fl 2:1-2).
      Bisogna tenere presente che in questo caso l’unità viene vista nella sua manifestazione pratica, sottintendendo che l’unità spirituale, opera della croce di Cristo (Ef 2:14-16), è un fatto compiuto. Detto questo è doveroso precisare che il condizionale usato da Paolo all’inizio del capitolo non è dubitativo, ma ha lo scopo di indurre i Filippesi a riconoscere che vi sono almeno cinque ragioni per ricercare l’unità:
      • Le consolazioni in Cristo (v. 1): la consolazione che il credente realizza al momento della sua riconciliazione con Dio.
      • Il conforto d’amore (v. 1): sapersi amati da Dio e vivere ogni giorno alla luce di questo amore.
      • La comunione di Spirito (v. 1). Qui si ha un diretto riferimento all’opera dello Spirito Santo che testimonia l’appartenenza del credente a Dio (Ro 8:16), gli conferisce i Suoi doni (1 Co 12:7), produce in lui i suoi frutti (Ga 5:22).
      • Tenerezza d’affetto (v. 1); letteralmente: affetto sviscerato. Si tratta dell’amore che deve esserci fra i figli di Dio. Così Paolo amava i Filippesi (Fl 1:8) e loro lui.
      • La compassione o misericordia (v. 1). È il sentimento di Dio verso l’uomo, per cui questi viene perdonato gratuitamente.
      In vista di queste ragioni è necessario soddisfare le condizioni per l’unità:
     
Avere un medesimo pensare (v. 2). L’importanza di questa “comunione mentale” è orientata verso la Persona del Signore Gesù: “Poiché dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero, che, colui che ha sofferto nella carne rinuncia al peccato, per consacrare il tempo ... alla volontà di Dio” (1 Pi 4:1-2).
      • Un medesimo amore (v. 2). Altri passi della Scrittura parlano di questo amore e di quanto sia importante acquisirlo ed applicarlo: “Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri” (Ro 12:10); “Avendo purificato le anime vostre con l’ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amore fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore” (1P 1:22).
      • Un medesimo animo (v. 2). Nel libro degli Atti si può osservare una circostanza veramente meravigliosa nella quale intervengono Paolo e Barnaba “dopo aver evangelizzato quella città e fatto molti discepoli, se ne tornarono a Listra, a Iconio e ad Antiochia, fortificando gli animi dei discepoli ed esortandoli a perseverare nella fede” (At 14:21-22). Come sono gli “animi” nelle nostre Assemblee? Siamo impegnati nella comune crescita, oppure siamo individualisti?
      • Un unico sentimento (v. 2). Questo non significa abbandonarsi ai sentimentalismi, ma “sentire una stessa cosa”. Quando tra i credenti esiste questa unione spirituale, centrata sulla Persona del Signore, allora si può sperimentare la comunione fraterna.

Alcune esortazioni pratiche (Fl 2:3-5)

      Ora Paolo sottolinea delle importanti esortazioni che non possono essere ignorati. Egli afferma: “Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù”. Da un’attenta lettura di questo passo si possono osservare diversi insegnamenti.
      • Non bisogna essere parziali e orgogliosi (v. 3). La parzialità e l’orgoglio sono due caratteristiche che devono essere assolutamente evitati. Bisogna sempre ricordare che il Signore Gesù ragionava e si comportava nella più completa imparzialità. Non si deve scadere nel favoritismo, bisogna essere obiettivi. Inoltre l’apostolo mette in guardia anche dalla vanagloria cioè dall’eccessiva stima di sé. Oggi si parla tanto di autostima, ma Paolo scrivendo ai Galati afferma: “Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri” (Ga 5:26). Può la comunione vivere su basi come invidia, orgoglio, autostima, parzialità? Certamente no!
      Eppure talvolta succede questo! Il credente deve rimanere nell’umiltà!
      • Deve esistere la stima reciproca (vv. 3-4). L’apostolo sottolinea una caratteristica molto importante della comunione fraterna: “ma ciascuno con umiltà stimi gli altri superiori a sé stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri”. In questa caratteristica, viene sottolineata l’umiltà quale mezzo per stimare i propri fratelli e sorelle. Da un lato potrebbe risultare semplicistica questa frase di Paolo, quasi sentimentale, ma da un attento esame del versetto si possono cogliere, nell’interno, due insegnamenti :
a. La stima verso gli altri deve passare davanti alla propria persona: l’apostolo precisa che gli altri membri della comunità, devono essere considerati a noi superiori. Certamente Paolo non esorta i Filippesi alla autocommiserazione, o ad una sorta di masochismo, ma ricorda che per instaurare un buon rapporto di comunione è necessario annullare il proprio orgoglio ed innalzare il proprio fratello in quanto dono del Signore. Dal momento della conversione, si fa parte della meravigliosa famiglia di Dio e Dio stesso ci ha posti in una assemblea locale con determinate e precise persone che hanno sperimentato anche loro la conversione e con le quali vengono vengono condivisi i culti di adorazione, i momenti di preghiera e gli incontri di edificazione. I fratelli e le sorelle che ci accompagnano in questo pellegrinaggio terrestre, sono un dono di Dio, per questo siamo chiamati a stimarli addirittura più di noi stessi. Se si osservasse questo testo di Paolo e lo si mettesse in pratica non vi sarebbero determinati problemi che purtroppo esistono in alcune assemblee. Il nostro fratello, la nostra sorella sono un dono di Dio!
b. Bisogna guardare agli interessi altrui, e non soltanto ai propri. Troppe volte si cade nell’individualismo, disinteressandosi di quello che succede al fratello che ci sta vicino.
c. Bisogna avere lo stesso sentimento che era in Cristo Gesù (v. 5). Nei Vangeli troviamo diverse circostanze a cui il Cristo ha dovuto far fronte ed il Suo comportamento, unito al Suo carattere, ha prodotto la perfezione esemplare.
      Quando conosce, seppure in parte, il carattere di Cristo, il credente è chiamato a ricercarlo e ad acquisirlo, affinché la comunione fraterna possa fondarsi non su qualcosa di fragile ed umano, ma esclusivamente sulla Persona del Signore Gesù.


2. L’umiliazione e la gloria del Signore Gesù (vv. 6-11)

      L’apostolo Paolo in questi versetti riassume l’opera salvifica di Cristo fino a giungere al Suo innalzamento: non poteva esortare i Filippesi ad avere il sentimento che era in Cristo Gesù, senza porre l’enfasi sulla sua umiltà e sul suo servizio. Quindi, questi versetti possono essere divisi in due parti: l’umiltà di Cristo e le conseguenze della Sua ubbidienza.

L’umiltà di Cristo (vv. 6-8).

      Innanzitutto l’apostolo sottolinea il fatto che la divinità di Cristo non era un aspetto della sua natura a cui Gesù si è aggrappato gelosamente. Questo è stato certamente il primo atteggiamento che ha permesso al Cristo di portare a termine il Suo compito. Se Egli avesse pensato soltanto alla Sua Onnipotenza, alla Sua divinità o addirittura al disprezzo del genere umano a motivo del peccato, allora noi saremmo ancora immersi nelle nostre iniquità. Ma l’umiltà di Cristo ha raggiunto un tale livello che Egli ha abbandonato la gloria e, pur essendo Dio, si è incarnato “divenendo simile agli uomini”. In pratica questo è il contenuto di uno dei misteri biblici che Paolo rivela nella prima lettera a Timoteo; “Senza dubbio, grande è il mistero della pietà: Colui che è stato manifestato in carne” (1Ti 3:16). La Sua divinità non lo ha incitato all’orgoglio o alla superbia, anzi Lo ha posto in una posizione di immenso amore verso l’uomo.
      In secondo luogo si è spogliato in un modo completo. La traduzione Diodati è addirittura più profonda in quanto afferma “annichilì se stesso”.
      Il termine greco, qui usato, significa “svuotarsi”, “annientarsi”. Il Signore Gesù, per giungere alla croce si è annientato, spogliato fino al livello che sottolinea il profeta Isaia: “Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia” (Is 53:3). Il Signore Gesù prese forma di servo, come Lui stesso andava dicendo “Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la Sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Mr 10:45). Questo servizio il Signore lo ha compiuto fino a quella morte necessaria per la salvezza dell’uomo, la morte della croce. Da ricordare che la crocifissione non era soltanto estremamente dolorosa a livello fisico, ma risultava essere anche una condanna umiliante. Il Signore Gesù, il Santo ed il Giusto è stato crocifisso in mezzo a due malfattori per ognuno di noi. Tutto questo non riempie il nostro cuore di gratitudine?
      Se veramente ognuno di noi facesse riferimento all’umiltà che il nostro Maestro ha manifestato pienamente, allora si sperimenterebbe una comunione fraterna piena ed autentica. L’umiltà, per il Signore, è stata una costante e questo deve essere il nostro obiettivo.

(4. continua)

Andrea Belli