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Alcune riflessioni aggiuntive


ACCOMPAGNARE LA FIGLIA ALL’ALTARE
     
     
L’articolo pubblicato nel numero di aprile come risposta ad una lettera nella quale si chiedeva se fosse o no giusto, come cristiani fedeli all’Evangelo, accompagnare la propria figlia, in occasione delle sue nozze, fino all’altare in un tempio cattolico, ha suscitato reazioni contrastanti che ci suggeriscono di ritornare con maggior ampiezza sull’argomento.
     
     
     
Reazioni vivaci e contrastanti
     

Caro fratello Marco,
      desidero esprimerti il mio apprezzamento per la fermezza e la chiarezza con le quali hai trattato il problema dell’identità evangelica in casi come quello menzionato ne “Il Cristiano” del mese di aprile. (…)
      Condivido pienamente la scelta – anche se molto sofferta – di non accompagnare la figlia all’altare cattolico (…) In un piccolo paese sono proprio queste scelte a determinare una testimonianza forte e incisiva (…)
     

Lettera firmata
     

Stimato fratello in Cristo,
      (…) non c’è mai abbastanza coerenza nel nostro comportamento di cristiani evangelici (…) Sono contento che tu abbia dato una risposta coraggiosa a quel padre che si chiedeva se doveva portare la figlia all’altare nella chiesa cattolica (…) Certe volte mi sembra che in qualcuno ci sia una “voglia di cattolicesimo” (…)
     

Lettera firmata
     

Caro Marco,
      (…) devo confessarti che la tua risposta, data a quel fratello che ti ha chiesto se la scelta di un padre evangelico di accompagnare sua figlia all’altare di una chiesa cattolica sia coerente, non mi convince. Ci sono fondati motivi biblici per sostenere il contrario di quello che
hai affermato (…)
      Nell’episodio di Naaman il Siro (2 Re 5:18,19), a mio parere la fede del cuore prevale sulle circostanze esterne (…) Non sarebbe stato più fecondo che quel padre avesse chiesto al prete di dire due parole di testimonianza e di benedizione sugli sposi? (…)

Lettera firmata
     


Caro fratello,
      ho sempre letto con interesse i tuoi interventi sulla famiglia (…) ma la risposta data su “Il Cristiano” di aprile ha suscitato in me non poche perplessità (…) L’apostolo Paolo esorta i genitori cristiani a non irritare i propri figli (Ef 6:4) (…)
      La richiesta di Naaman il Siro (2 Re 5:15,18-19) suggerisce l’idea di presentarsi “ai piedi di un altare di idoli” senza per questo essere coinvolti nell’adorazione (…) Il problema non è se la scelta del fratello “è coerente con la sua identità di cristiano evangelico”, ma piuttosto se la sua scelta possa danneggiare i fratelli più deboli per i quali Cristo è morto (1 Co 8:1-13) (…)

     

Lettera firmata
     

Caro Marco,
      (…) la problematica del fratello che ha la figlia non credente e che deve accompagnarla all’altare non è nuova (…) Sono d’accordo con te che i sentimenti non devono mai prevalere sulla volontà di Dio, ma non trovo nulla di preciso nella Parola di Dio che dichiari peccato accompagnare la figlia all’altare (…) Affermi che la santificazione è una “chiamata alla separazione dal peccato e da tutte le sue forme”. Più che giusto. Ma quando si può parlare di peccato? Quando si trasgredisce la legge di Dio! Dove sono i comandamenti che vietano di entrare in una chiesa cattolica o portare la figlia all’altare? Non credi che si debba fare una distinzione tra il peccato e la nostra cultura o vedute personali? (…)

     

Lettera firmata
     


     
Un elemento positivo
     

      Di fronte alle inaspettate reazioni suscitate dall’articolo menzionato, ho avuto due pensieri distinti.
      In primo luogo riconosco un elemento positivo nel fatto che molti fratelli hanno compreso il valore di una rubrica interattiva e hanno voluto dare voce alle loro opinioni. Nel dialogo e nel confronto, quando questi rimangono equilibrati e sinceri ed hanno il comune fine di glorificare Cristo, ci sono sempre degli elementi di arricchimento reciproco. La presente rubrica nasce infatti dalle lettere di quei lettori/lettrici che desiderano chiarimenti e pongono domande riguardo a soggetti legati alle dinamiche familiari. Tuttavia essa non vuole diventare una sorta di “palestra dialettica”, dove poter dar vita a dibattiti e discussioni se queste rischiano di non edificare la fratellanza.
      Ho riflettuto a lungo se sarebbe stato più opportuno rispondere privatamente ai cari fratelli che mi hanno scritto, oppure farlo pubblicamente dalle pagine di questo giornale. Ho scelto la seconda possibilità, perché mi permette di fare alcune precisazioni anche nei confronti e nel rispetto di coloro che magari hanno avuto le stesse perplessità, ma non hanno sentito la necessità di renderle note.
     
     
Una domanda
     

      In secondo luogo mi pongo però un interrogativo: come mai i rapporti con la confessione religiosa dominante (nel caso del nostro Paese, quella cattolico romana) creano sempre delle tensioni? Perché è stato questo il soggetto che ha suscitato più reazioni e non altri, tra i temi già trattati in questa rubrica, quali le responsabilità matrimoniali, la guida spirituale, la televisione o l’omosessualità? Anche in quei casi, ci sarebbero potute essere delle opinioni diverse… Forse perché le tematiche affrontate in precedenza in questa rubrica erano riferite al privato delle nostre famiglie, dove le scelte di operare in un modo o nell’altro, rimangono nell’alveo protettivo delle mura domestiche. La scelta di accompagnare o meno la figlia all’altare si manifesta invece pubblicamente e quindi ci si deve assumere l’onere di una precisa responsabilità di fronte agli altri. È questo che ci preoccupa?
      Culturalmente, il nostro è un Paese cattolico e non vorrei che in qualcuno ci fosse il timore di venire etichettato come “settario”, qualora facesse delle scelte giudicate “impopolari” dalla maggioranza. D’altro canto, è pur vero che ognuno di noi, prima di prendere una qualsiasi decisione, deve valutarne i costi (cfr. Lu 14:28) e considerare quale effetto può avere per la testimonianza una scelta piuttosto che un’altra.
      Ma se l’elemento determinante per la decisione è solo quello utilitaristico, allora si devono considerare molte variabili: nella testimonianza, c’è differenza tra un paese piccolo o una grande città? Che dialogo c’è tra il padre e la figlia? Quale tipo di testimonianza ha dato il padre fino a quel momento? La figlia è una cattolica convinta o cerca solo la scenografia della cerimonia? Cosa ne pensa la madre? Quale tipo di dialogo c’è con i futuri consuoceri? L’identità evangelica del padre si esprime con l’amore e la saggezza di un discepolo di Cristo o solo con espressioni legalistiche? Come viene considerato il padre dalla figlia? Lei comprende la sua sofferenza interiore e la rispetta, o esige invece di essere accompagnata a tutti i costi all’altare, perché così vuole la tradizione?
      Ci sono centinaia di domande come queste e tutte possono diventare dei “casi particolari”. Sarà necessario allora basarsi su altri elementi per orientarci meglio nella difficile questione.
     
     
Il matrimonio liturgico
     

      Se il padre evangelico non se la sente di accompagnare la figlia all’altare cattolico, per una sua profonda convinzione, bisogna fargliene una colpa? È da considerare settario? Credo che quest’uomo provi una grande sofferenza interiore (la quale è già stata messa in evidenza nel mio precedente articolo) e sia davvero combattuto nel suo intimo. Se si mette in risalto l’esigenza di non turbare la cerimonia né l’equilibrio affettivo della figlia, credo che nello stesso tempo si debbano rispettare anche le convinzioni del padre. Spesso è la disinformazione in campo dottrinale a farci fare delle scelte infelici e incoerenti.
      Il matrimonio è stato istituito da Dio, ma le modalità di celebrazione da parte dell’apparato dottrinale e liturgico della chiesa cattolica, ne rispettano il suo significato originario?
      Il matrimonio per il cattolicesimo è il settimo dei sette sacramenti. L’elencazione dei sacramenti fu fatta da Pietro Lombardo intorno all’anno 1160, ma divennero ufficiali col Concilio di Firenze del 1439. Questi sarebbero, nella teologia cattolica, “segni efficaci della grazia”, che vengono amministrati dalla Chiesa attraverso cerimonie sacre e con la mediazione sacerdotale.
     
Credo che ogni cristiano evangelico si renda conto che questa dottrina non trova riscontro in quello che invece viene insegnato dalle Scritture, in particolare dal Nuovo Testamento.
     
La chiesa cattolica prevede che “nel rito latino, la celebrazione del Matrimonio… ha luogo durante la Santa Messa, a motivo del legame di tutti i sacramenti… è dunque conveniente che gli sposi suggellino il loro consenso… con l’offerta delle proprie vite, unendola all’offerta di Cristo per la sua Chiesa, resa presente nel sacrificio eucaristico1. Vediamo molto bene che già in questa singola affermazione sono elencate dottrine che sono state combattute dalla Riforma in poi (per es. il significato stesso della Messa, la dottrina sacramentale e la transustanziazione) e dunque, a livello teologico, contrasta apertamente con ciò in cui crede un evangelico. Il problema, dunque, va a toccare il cuore stesso della fede.
     
Poiché il matrimonio cattolico è un gesto sacramentale di santificazione, la celebrazione liturgica del matrimonio deve essere per sé valida, degna e fruttuosa. Conviene quindi che i futuri sposi si dispongano alla celebrazione del loro matrimonio ricevendo il sacramento della Penitenza2. Anche in questo caso compare un altro punto di totale disaccordo con la dottrina biblica del ravvedimento e della salvezza.
      La celebrazione liturgica del matrimonio cattolico prevede anche che siano i due coniugi, “come ministri della grazia di Cristo, a conferirsi mutuamente il sacramento del Matrimonio3.
      La chiesa cattolica romana ha stabilito una ferrea regolamentazione della celebrazione del matrimonio, manifestando una volta di più il suo obiettivo di predominio religioso. Infatti, essa ritiene validi “soltanto i matrimoni che si contraggono alla presenza dell’Ordinario del luogo (Vescovo) o del parroco o del sacerdote o diacono da essi delegato”4.
      La prevaricazione cattolica nei confronti delle altre confessioni religiose (ribadita anche in tempi recenti dal cardinale Ratzinger) si dimostra in maniera inequivocabile nel caso dei matrimoni misti. Infatti, viene considerato non valido “il matrimonio fra due persone di cui una sia stata battezzata nella Chiesa cattolica e l’altra non battezzata”5. Per quello che riguarda i cristiani di confessione diversa, è necessaria una dispensa speciale (cioè un permesso) per poter celebrare il matrimonio: “il matrimonio fra due persone battezzate, delle quali una sia battezzata nella Chiesa cattolica, l’altra invece sia iscritta a una Chiesa o comunità ecclesiale non in piena comunione con la Chiesa cattolica, non può essere celebrato senza espressa licenza della competente autorità.”6 La “competente autorità” è quella cattolica e questa dispensa viene rilasciata solo se il coniuge non cattolico rinuncia, nell’ambito matrimoniale, ad esercitare i suoi diritti di fede. Tali diritti li perde soprattutto in relazione ai figli, perché al coniuge cattolico è espressamente richiesto “di fare tutto quanto è in suo potere perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica”7. Il controllo dell’adempimento di queste condizioni necessarie all’ottenimento della dispensa rimane saldamente in mano alla Chiesa cattolica, poiché “spetta alla Conferenza Episcopale stabilire il modo in cui devono essere fatte tali dichiarazioni e promesse”8.
      La chiesa cattolica romana, in ogni sua sfera d’azione, esprime con chiare affermazioni la sua presunzione di essere “l’unica ministra di salvezza e dei mezzi sacramentali di essa”, anche nello stabilire quali rapporti di potere devono realizzarsi all’interno di un matrimonio, nel quale il coniuge cattolico ha una evidente superiorità. Inoltre, “spetta solo all’autorità suprema della Chiesa dichiarare autenticamente quando il diritto divino proibisca o dirima il matrimonio9.
     
     
Esercitare discernimento
     

      “Accompagnare la figlia all’altare” ha una valenza diversa del “restarsene seduti in fondo alla chiesa”. In quest’ultimo caso, potrebbe essere una “presenza neutra”, dovuta a vari motivi (per es. il funerale di un amico cattolico) mentre nell’altro caso si esprimerebbe una formale “adesione” e “partecipazione” a tutto ciò che il rito comporta.
      È sulla base di tutto ciò che, nel mio articolo di aprile, suggerivo che un padre evangelico che non accompagna la figlia all’altare cattolico, manifesta una maggiore coerenza con la sua identità evangelica (oltretutto, la domanda poneva esclusivamente questo problema), poiché questa identità deve esprimere la rottura con un sistema sacramentale e teologico che deforma le realtà della Parola di Dio.
      Se invece, nonostante la conoscenza di questi aspetti, qualcuno – sulla base di motivi legati alla sua situazione personale – sceglierà, in pace con la sua coscienza, di accompagnare la figlia all’altare, lo faccia pure. Dobbiamo imparare ad esercitare il giusto discernimento, applicando l’insegnamento della Scrittura nelle situazioni specifiche: “Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi… Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore” (Ef 5:15,17).
     
     
“L’episodio di Naaman il Siro…”
     

      Naaman disse:
      “…«il Signore voglia perdonare una cosa al tuo servo: quando il re, mio signore, entra nella casa di Rimmon per adorare, e si appoggia al mio braccio, anch’io mi prostro nel tempio di Rimmon. Voglia il Signore perdonare a me, tuo servo, quando io mi prostrerò così nel tempio di Rimmon!» Eliseo gli disse: «Va’ in pace!»” (2Re 5:18,19).
      Ho il massimo rispetto per i fratelli che hanno citato questo episodio per sostanziare la legittimità di presentarsi “ai piedi di un altare di idoli senza per questo essere coinvolti nell’adorazione”, tuttavia credo che si debba fare attenzione a non perdere la prospettiva storica e culturale di questo passo biblico.
      Prima di tutto Naaman non era un israelita e dunque non era a conoscenza della rivelazione di Jahweh (come invece lo erano gli amici di Daniele, che rifiutarono di inchinarsi davanti ad un idolo, cfr. Da 3:12). Ciò fa supporre che lui avesse una minor responsabilità rispetto a chi invece conosceva il Signore e la sua Parola. Oltre a ciò, Naaman, anche se riconosceva la grandezza del Dio di Eliseo e si proponeva di adorarlo in riconoscenza della sua guarigione (cfr. 2Re 5:15, 17), aveva pur sempre degli incarichi ufficiali, nei quali avrebbe dovuto manifestare rispetto verso il dio del re, “suo signore” (5:1,18). Uno dei doveri del suo rango (era capo dell’esercito del re di Siria e “tenuto in grande stima e onore” dal re) era quello di partecipare al culto ufficiale col suo sovrano e con altri ufficiali dello Stato. In particolare, lui aveva il compito di “sostenere il braccio del re” (5:18 e 7:2), e questo, nel cerimoniale, rappresentava uno dei più importanti incarichi istituzionali. È probabile perciò che la concessione di Eliseo, “va’ in pace”, sia da comprendere piuttosto in relazione alla carica istituzionale di Naaman e non in relazione alla sua decisione di servire il Dio di Israele. Infatti, non si parla assolutamente di un’eventuale circoncisione di Naaman, come segno della sua accoglienza virtuale nel popolo d’Israele. Per ovvi motivi, Naaman non poteva diventare un israelita e perciò non era tenuto a sottostare alle leggi che ne regolavano il rapporto con Dio.
     
Onestamente, non mi sembra che questo passo indichi la legittimità per un credente di partecipare a riti che la sua fede disapprova.
     
     
      “Non irritare i propri figli…”
     

      Anche questo riferimento, da Efesini 6:4 e Colossesi 3:21, mi pare un po’ fuori luogo, come giustificativo della specifica situazione di cui si sta parlando, perché esso si riferisce ad una metodologia pedagogica che si inserisce in un programma educativo a lungo termine, che comincia nella culla e si protrae per diversi anni.
      Se si isolasse questo versetto dal contesto a cui si riferisce, e cioè quello di una relazione parentale continuata, nella quale i genitori hanno la responsabilità della crescita e dell’istruzione dei propri figli, si potrebbe addirittura rischiare di farlo diventare un possibile pretesto per “viziare” i figli, assecondando ogni loro richiesta per non contrariarli.
      Anche in questo caso ci vuole il discernimento che ci dà il Signore, con l’obiettivo di onorarlo con le nostre scelte.
“Dov’è il peccato…?”
     

      Non vorrei sembrare troppo critico, ma anche quest’ultima osservazione non mi pare convincente. Non si deve considerare la Scrittura alla stregua di un elenco di casi particolari circostanziati, nella quale possiamo trovare una casistica molteplice e dettagliata di ciò che va fatto o no, che ci dica quali sono le opzioni giuste nelle singole scelte personali, ecc. Non possiamo trovarci tutti gli svariati aspetti del nostro vivere quotidiano. È chiaro che non si troverà scritto in modo esplicito che è un peccato “entrare in una chiesa cattolica”, così come non è scritto che è un peccato fumare o partecipare ad una competizione sportiva di domenica…
      Certe situazioni vanno valutate nell’ambito di “tutto il consiglio di Dio” (At 20:27), facendo riferimento alla prospettiva dottrinale dell’intera Rivelazione. Sarebbe banale e infantile pretendere di trovare nella Bibbia una risposta immediata per ognuna delle scelte particolari che dobbiamo fare nelle varie e specifiche situazioni. La Scrittura ci traccia un quadro generale dal quale dobbiamo dedurre dei principi che possano essere validi anche nelle situazioni particolari.
     
     
Conclusione
     

      La Parola di Dio ci esorta ad essere fedeli testimoni della verità. Affinché la nostra testimonianza di cristiani non venga influenzata da vedute particolari, siano esse legalistiche o superficiali, è necessario perciò coltivare una sempre più profonda comunione con il Signore, che ci indicherà di volta in volta quali scelte dobbiamo fare nelle specifiche situazioni, per portare gloria al Suo nome e per non essere di scandalo. Il Signore non ci chiama a rompere i nostri rapporti sociali, ma l’amore per Lui deve impedirci di offuscare con le nostre scelte la testimonianza della nostra fede.
     

Marco Distort