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Scritta dal carcere


LA LETTERA DI PAOLO AI FILIPPESI (V)
     
     
L’umiliazione vissuta dal Figlio di Dio nel tempo della sua incarnazione e la glorificazione che consegue alla sua totale sottomissione al Padre costituiscono due precisi punti di riferimento per il nostro cammino e per il nostro servizio per Lui nella Chiesa.
     
     
2. L’umiliazione e la gloria del Signore Gesù (vv.6-11 - segue)
     

      Le conseguenze dell’umiltà di Cristo (vv.9-11).
      L’apostolo Paolo non articola il suo discorso soltanto sulla morte del Signore e sulla Sua umiltà, ma continua sottolineandone le conseguenze.
      1. Un sublime innalzamento ed un sublime nome (vv. 9-10). La riflessione secondo cui quello che segue è una conseguenza di quello che è stato detto prima risulta chiara dalla parola “Perciò”. L’apostolo Paolo dice che a motivo dell’umiltà di Cristo, del Suo annientamento e della Sua morte, Dio Padre lo ha posto in una posizione di infinito privilegio.
      Infatti un aspetto di questo innalzamento è identificato nel giudizio che sarà esercitato dal Figlio dell’uomo, davanti al Quale tutti dovranno inginocchiarsi. Il Signore Gesù stesso afferma questo: “Il Padre non giudica alcuno , ma ha dato tutto il giudizio al Figlio... affinché tutti onorino il Figlio... e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo” (Gv 5:22-27). Inoltre Paolo afferma che “Gesù Cristo deve giudicare i vivi e i morti” (2Ti 4:1).
      Ci si potrebbe domandare come mai il giudizio è dato proprio nelle mani del Figlio dell’uomo, ma questo interrogativo è facilmente risolvibile per due motivi:
      a. Per la sua incarnazione. Egli ha conosciuto le nostre tentazioni e le nostre pene, per cui Egli ha misurato tutta la forza con cui Satana attacca gli uomini. Per questo motivo il Signore Gesù potrà giudicare nella totale giustizia ed imparzialità. Nessuno potrà dire nulla in propria difesa.
      b. Per il supremo amore da Lui manifestato. Infatti il più grave misfatto che l’uomo possa fare è proprio quello di rifiutare questo immenso amore. Per coloro che rifiuteranno e disprezzeranno il sacrificio di Cristo e, di conseguenza, Lui stesso, il Figlio dell’uomo diverrà il giusto Giudice.
      In secondo luogo il nome del Signore Gesù è un nome sublime che è al di sopra di qualsiasi altro nome. Nel libro dell’Apocalisse è scritto esplicitamente che il nome del Signore Gesù risulta essere la Parola di Dio (Ap 19:13). Nessuno poteva portare questo appellativo, soltanto il Cristo è Colui che è degno di portare questo nome, poiché Egli è la perfezione in tutti i suoi aspetti.
      Inoltre, sempre nello stesso capitolo dell’Apocalisse, è scritto che sulla veste e sulla coscia sta scritto questo nome “Re dei Re e Signore dei Signori” (Ap 19:16). Ritengo che sia superfluo aggiungere altro riguardo all’autorità e alla superiorità che possiede il Signore Gesù.
      Per questo è importante credere nel nome del Signore Gesù (1Gv 5:13).
      2. La signoria di Cristo (v. 11). Questo aspetto termina la serie di conseguenze che abbiamo elencato nei vv. 9-11. Per mezzo di questa autorità che a Lui è dovuta, Egli rapirà la Sua Chiesa (1Te 4:13-17), distruggerà coloro che andranno contro di Lui (Ap 19:17-20), giudicherà definitivamente Satana (Ap 20:10), la morte, l’Ades e coloro che non saranno scritti nel libro della vita (Ap 20:14-15). Quando saremo stati introdotti nel cielo, tutto sarà riportato a Dio che è il principio e la fine di ogni cosa (1Co 15:27-28), il Figlio rimetterà tutto nelle mani del Padre. Ma come afferma Paolo tutti dovranno confessare il nome del Signore, poiché Egli è degno di ogni gloria ed onore, e per coloro che sono dei credenti sarà un privilegio.
     
     
3. Essere irreprensibili (2:12-18)
     

      Un principio molto importante che bisogna sempre tenere presente è che non ci si può beffare di Dio (Ga 6:7). Diverse volte l’uomo mette davanti delle scusanti che possono risultare più o meno credibili, ma il credente deve essere esente da questi sotterfugi. La Parola di Dio ci esorta ad una progressiva crescita spirituale che non può lasciare spazio alla carnalità o ancor peggio alla difesa dei propri peccati. Molte volte, quando si disubbidisce davanti a Dio, si sottolinea subito il fatto che noi siamo miserevoli e caratterizzati ancora dalla vecchia natura. Ma nella stessa epistola ai Galati è inserita la soluzione per ovviare a questo problema “Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete i desideri della carne” (Ga 5:16).
      È questa la ricetta!
      Camminando in un modo convenevole alla volontà di Dio, ubbidendo a Lui, si sperimenterà in prima persona che cosa significhi essere irreprensibili (v. 15).
      Nella porzione di brano da esaminare (Fl 2:12-18), si ha un continuo susseguirsi di esortazioni che hanno come unico scopo quello di realizzare in noi la santificazione. Certamente l’impegno guidato da Dio di separarci sempre di più dal peccato del mondo, non può essere ignorato: il credente spirituale, infatti, si riconosce proprio dal suo comportamento, dai suoi atteggiamenti, dalle sue parole che coincidono con gli insegnamenti della Scrittura.
      L’esempio della perfezione del Signore Gesù era certamente uno stimolo per i Filippesi così come lo è per noi: tutti siamo chiamati ad imitare il Maestro.
      Qual è il contenuto di queste esortazioni?
     
      1. Adoperarsi per la santificazione (vv. 12-13). Paolo in questi due versetti sottolinea principalmente due cose:
      • È necessario l’impegno (v. 12).
      Paolo non esorta i Filippesi con tono arrogante e presuntuoso, ma con la necessaria consolazione di cui ogni credente necessita. Infatti l’inizio del v. 12 è caratterizzato dall’appellativo affettuoso “miei cari”.
      a) Paolo ricorda ai Filippesi la loro ubbidienza (v. 12a). I membri della comunità di Filippi erano caratterizzati da un’ubbidienza notevole, sia quando Paolo era con loro, sia quando era assente. Anzi è incoraggiante notare che questa ubbidienza era aumentata durante l’assenza dell’apostolo: “ma molto più adesso che sono assente”. I Filippesi avrebbero potuto godere della presenza di Paolo per ricevere ulteriori insegnamenti e consigli, ma per la sua assenza hanno sperimentato cosa significa affidarsi completamente a Dio.
      Qual’è il comportamento dei giovani nei riguardi di un anziano che cerca di istruirli negli insegnamenti della Scrittura con umiltà? È un comportamento di ribellione o di sottomissione e ubbidienza? La Scrittura insegna chiaramente che coloro che sono giovani nella fede devono essere “sottomessi agli anziani” (1P 5:5). I Filippesi si sono comportati così ed hanno ricevuto parole consolanti ed incoraggianti. Anche nelle nostre chiese vi deve essere questa atmosfera!
      b) L’atteggiamento del credente (v. 12b). Dopo aver rivolto ai membri della chiesa di Filippi parole incoraggianti, ecco che giunge la prima esortazione cioè quella di adoperarsi al compimento della propria santificazione. Per giungere a questo traguardo non si può fare affidamento sulle proprie capacità umane, ma sul timore di Dio con la necessaria riverenza.
      Diverse volte si ha un atteggiamento scorretto nei confronti di Dio che non tiene conto del carattere della Sua Persona. Non è per mezzo della superficialità che si potrà tendere alla perfezione, ma con quel timore riverenziale che è dovuto solo a Dio (2Co 7:15).
      • L’opera di Dio nel credente (v. 13).
      Il v. 13 è la continuazione del discorso dell’apostolo.
      a) Dio produce nel credente la volontà (v. 13a). Il credente che desidera nel suo cuore impegnarsi per crescere in Dio, conoscerà la grazia del Padre che interverrà producendo in lui questo volere. Nella nostra carne non abita alcun bene (Ro 7:18) e se esiste una crescita spirituale in noi dobbiamo soltanto ringraziare il Signore e non il nostro “io”. Paolo afferma che Dio produce nel nostro stesso cuore il desiderio e la volontà di servirLo e di crescere spiritualmente. Nella prima lettera ai Tessalonicesi leggiamo: “Or il Dio della pace vi santifichi Egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1Te 5:23). Tutto il nostro essere risulta essere rinnovato, ma questo non dipende dalle nostre particolari capacità, ma esclusivamente dall’opera di Dio in noi.
      Eppure esistono dei credenti che non possiedono nemmeno il desiderio di servire il Signore. Forse Dio ha delle parzialità? Niente affatto, non si può incolpare il Signore per una presunta mancanza di interventi.
      b) Dio interviene nell’azione concreta (v. 13a). Il secondo passo per compiere la propria santificazione è proprio l’azione concreta. Sarebbe veramente assurda la situazione di un credente che ha il desiderio di servire il Signore, ma rimane con le mani in mano. Sorgerebbero certamente degli interrogativi sulla sua fedeltà.
      Anche in questo caso il Signore non lascia solo il Suo figliuolo, ma conclude la Sua opera guidandolo in tutto e per tutto.
      c) Dio agisce secondo il Suo disegno benevolo (v. 13b). Il Signore non compie mai delle azioni sprovvedute o senza senso, ma secondo un preciso piano che Egli ha per ognuno di noi. Paolo afferma “secondo il Suo disegno benevolo”. Nella lettera agli Efesini si può benissimo notare che l’elezione (Ef 1:4), la predestinazione (Ef 1:5), la redenzione (Ef 1:7) e l’eredità del credente ( Ef 1:11) era stabilita dal disegno benevolo di Dio (Ef 1:5, 9, 11).
      Dalla Scrittura si sa che queste quattro promesse sono per il cristiano meravigliose, per questo non si può dubitare del pensiero di Dio che risulta essere sempre perfetto in ogni suo aspetto.
     
      2. Bisogna distinguersi dal mondo
(vv. 14-18).
      Questo principio non può mai essere ignorato. Infatti per un credente è necessario che, in ogni aspetto della sua vita, esista una netta distinzione dal mondo e dal peccato. D’altronde è proprio questa la santificazione che il cristiano ricerca. Per spiegare questo importantissimo insegnamenti biblico, l’apostolo Paolo sottolinea diversi aspetti che costituiscono questi cinque versetti.
     
      • Bisogna essere umili e pazienti (v. 14).
      Non si può sperare di distinguersi dal mondo se nelle nostre stesse chiese o nelle nostre stesse famiglie sussistono dei mormorii e delle dispute. Diversi passi del Nuovo Testamento mettono in luce queste due azioni carnali.
      a) Non bisogna mormorare (v. 14a). Per quanto riguarda il mormorio, Giuda attribuisce questa caratteristica agli empi: “Sono dei mormoratori, degli scontenti” (Gd v.16). Paolo, nella prima lettera ai Corinti, indica cinque peccati commessi da alcuni Israeliti, nonostante le benedizioni che essi avevano ricevuto. Tra questi peccati c’era anche il mormorio: “Non mormorate, come alcuni di loro mormorarono e perirono colpiti dal distruttore” (1Co 10:10). Talvolta purtroppo si pensa invece che mormorare faccia parte del nostro carattere e che non sia una cosa grave.
      2. Bisogna evitare le dispute (v 14b).
      Paolo nella lettera a Tito afferma chiaramente che le dispute sono inutili e vane (Tt 3:9) e nella seconda lettera a Timoteo afferma: “Ricorda loro queste cose, scongiurandoli davanti a Dio che non facciano dispute di parole; esse non servono a niente e conducono alla rovina chi le ascolta” (2Ti 2:14). Quindi le dispute non sono soltanto vane, ma addirittura dannose. Quando, in una circostanza, è necessario un chiarimento oppure una discussione con un membro della chiesa, vi deve essere nel cuore sempre il desiderio di edificare gli uni gli altri. Vi deve essere alla base il perdono, la sopportazione (Cl 3:13) ed il desiderio di crescere insieme. Una disputa non potrà mai portare all’edificazione, bensì alla tristezza e al rancore.
     
      • Bisogna risplendere come astri nel mondo (v. 15).
      Paolo non cambia discorso, ma continua spiegando quelli che sono i vantaggi derivanti dal fuggire i mormorii e le dispute. Egli esorta i Filippesi a:
      a) Essere irreprensibili e integri (v. 15a). Questo dovrebbe essere il traguardo di ogni cristiano: tendere sempre di più verso la perfezione e camminare nell’integrità. Dove e come dobbiamo essere irreprensibili?
      – Il cuore deve essere irreprensibile (1Te 3:13). Non si può pensare che un credente sia irreprensibile, se nel suo cuore sussistono dei pensieri contrari alla volontà di Dio ed agli insegnamenti della Scrittura. Il cuore rappresenta quella sede in cui provengono i sentimenti ed i pensieri (Eb 4:12), quindi un cuore irreprensibile sarà automaticamente caratterizzato da pensieri e sentimenti puri.
      Questo ha come scopo un’unica cosa: cioè quello di crescere nella santità davanti a Dio, il nostro Padre Celeste. Con queste premesse si potrà sempre sperimentare la gioia della comunione con il Signore.
      Da precisare, infine, che le parole conclusive “alla venuta del nostro Signore Gesù con tutti i Suoi santi”, si riferiscono non al rapimento della Chiesa, ma alla venuta in gloria del Signore per stabilire il Suo Regno il Quale sarà effettivamente accompagnato dai Suoi santi (Za 14:5).
      – La coscienza deve essere irreprensibile (At 24:16). Per coscienza si intende in senso morale il sentimento del bene e del male che ciascuno di noi ha. Nei Vangeli ci è rivelato che la coscienza, da sola, agisce nell’uomo convincendolo (Gv 8:9), ma non dà la vittoria (Ro 2:15, 1Co 8:7). Ricordiamo che la seconda dispensazione è definita “la dispensazione della coscienza”, cioè della consapevolezza e determinazione umana. Questa dispensazione è iniziata con la cacciata dell’Eden (Ge 3:24) ed è terminata con il diluvio (Ge 8). In quel periodo venne praticamente chiesto all’uomo di comportarsi sulla base della conoscenza di Dio. Ora, risulta logico che la consapevolezza umana ed il discernimento di scelta che ognuno di noi ha è imperfetto e limitato, se non è guidato dallo Spirito. Il credente della dispensazione della grazia è caratterizzato dallo Spirito Santo, per questo è necessario che anche la coscienza sia irreprensibile, per risplendere come astri in questo mondo.
      – Il linguaggio deve essere irreprensibile (Tt 2:8). Come il cuore e la coscienza, anche il nostro parlare deve essere conforme alla volontà di Dio. Purtroppo diversi credenti, nonostante abbiano sperimentato la nuova nascita, si lasciano andare talvolta ad un linguaggio scurrile, del tutto uguale a quelli del mondo. E’ chiaro, però, che questo non deve essere per noi né una giustificazione, né una scusante: bisogna impegnarsi ad essere irreprensibili in tutto e per tutto, anche nel linguaggio. Il linguaggio rappresenta lo specchio di quello che si nasconde nel nostro cuore. Per cui è necessario che le nostre labbra siano pure.
     
      • Bisogna essere senza biasimo e risplendere come astri (v. 15b).
      Il figlio di Dio che vive nell’integrità sarà senza biasimo, cioè nessuno potrà mai criticare il suo comportamento. D’altronde non vi è alternativa: per rendere una proficua testimonianza è necessario essere conformi agli insegnamenti della Scrittura. Infatti, il credente non può essere “uno che predica bene, ma razzola male”: se succedesse questo, inevitabilmente la propria testimonianza andrebbe perduta. È necessario avere la sicurezza che caratterizzava l’apostolo Paolo: “Voi siete testimoni, e Dio ancora, come ci siamo comportati santamente e giustamente, e senza biasimo, verso voi che credete” (1Te 2:10 - trad. Diodati). Paolo non esterna orgoglio o vanto personale, ma vuole semplicemente sottolineare quella che era la realtà dei fatti: lui e i suoi collaboratori (che vengono citati all’inizio della lettera cioè Silvano e Timoteo, 1Te 1:1) si erano comportati secondo i principi della volontà di Dio.
      Addirittura, chiama come testimoni i Tessalonicesi stessi a dimostrazione che quanto stava dicendo Paolo era vero. Abbiamo noi questa certezza? Possiamo affermare che coloro che ci ascoltano non possono dire nulla contro di noi? Il fatto di essere senza biasimo è necessario per risplendere come astri in questo mondo. Il Signore Gesù, rivolgendosi ai discepoli ha affermato: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5:14). Questo versetto, che viene molte volte preso in causa per sottolineare l’importanza della testimonianza, non deve condurre il credente ad una sorta di presunzione personale. Se egli è luce in questo mondo, lo è perché lo splendore di Dio lo colpisce e lui può riflettere a questa “storta e perversa generazione” la luce di Dio. È necessario che il credente sia colpito dallo splendore divino per risplendere come un astro. Questo può avvenire soltanto quando il credente è puro, senza biasimo, adempiente alla volontà di Dio. Il nostro cuore deve essere occupato soltanto dal Signore! Lui è il nostro unico punto di riferimento.
     
      • La comunione fraterna: un dono prezioso (2:16-18).
      Non possiamo ignorare quanto ci viene detto in questi tre versetti.
      Infatti, la comunione tanto acclamata da Paolo all’inizio del secondo capitolo, la ritroviamo sotto certi aspetti in questi versi, con una profondità davvero notevole. Ritroviamo qui un’esortazione rivolta ai Filippesi e due conseguenti argomenti che l’apostolo pronuncia per la comune edificazione.
      – I Filippesi sono esortati a tenere alta la parola della vita (v. 16a). Tenere alta la Parola di Dio, significa non nasconderla.
      Purtroppo, diverse volte, si fanno dei compromessi con il mondo, si operano delle scelte senza tenere conto del pensiero di Dio. In questo mondo, il credente è chiamato a mettere sempre in primo piano, non il suo pensiero, ma il pensiero di Dio. Ci saranno certamente delle sofferenze, ci saranno degli insulti e magari anche delle prove superiori, ma le parole del Signore Gesù ci vengono in soccorso: “Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli” (Mt 5:11-12). Quella della persecuzione e della sofferenza in genere è una strada che già altri hanno dovuto affrontare (1Re 19:1-4; Gr 26:8-11; Da 3,6, Am 7:10-13). La cosa importante è sperimentare che il Signore non ci abbandonerà mai (Mt 28:20).
      – Il frutto della fatica di Paolo (v. 16b). Paolo evidenzia il particolare evento chiamato “giorno di Cristo”, che viene sviscerato in modo dettagliato nella prima lettera ai Tessalonicesi 4:13-17. È importante fare questa precisazione per non confondere il rapimento della Chiesa, con la venuta in gloria del Signore Gesù per stabilire il Suo regno, evento che va, invece, sotto il nome di “giorno del Signore” (2Pi 3:10).
      Qui, Paolo, sottolinea una delle promesse più edificanti e consolanti per il cristiano, cioè il rapimento della Sposa, per mettere in evidenza una sua speranza. Infatti, il suo desiderio risultava essere quello di non avere “corso invano” né di avere faticato inutilmente.
      È bene però ricordare che la sua fatica era caratterizzata esclusivamente alla Grazia di Dio:
      “Ma per la Grazia di Dio, io sono quello che sono; e la Sua Grazia verso di me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1Co 15:10).
      Se egli era usato dal Signore era soltanto per la Grazia di Dio. 6:14).
      Anche noi dobbiamo ambire a produrre delle opere che siano sempre rivolte all’esclusiva gloria di Dio, affinché al momento del tribunale di Cristo, che avverrà dopo il rapimento della Chiesa, riceviamo la retribuzione di quello che abbiamo compiuto nel corpo (2Co 5:10).
      Aspettare il ritorno di Cristo deve essere un incoraggiamento a perseverare nella santificazione. Quindi, il “giorno di Cristo” ha per il credente un’importanza rilevante!
      – La gioia nel sacrificio (vv. 17-18). In questo versetto, tenendo sempre presente l’argomento trattato nel v. 16, Paolo ipotizza un’ulteriore situazione piuttosto drammatica da un punto di vista umano, ma consolante e gratificante da un punto di vista spirituale. L’apostolo identifica sé stesso come un’offerta di libazione, che al tempo degli ordinamenti levitici si accompagnava con l’offerta di fior di farina e in tutti gli olocausti. Inoltre, tutti i sacrifici d’azione di grazie relativi al nazireato, ai voti o alle offerte volontarie comportavano libazioni (Nu 6:17; 15:1-12). Paolo è pronto al sacrificio totale di sé: un’immagine forte che sottolinea non soltanto un affetto viscerale verso i Filippesi, ma una grande disponibilità.
      Questo suo stato d’animo non era caratterizzato da delle rinunce, ma ad un completo donarsi a vantaggio della fede dei suoi fratelli. La dimostrazione di fedeltà al Signore e di amore verso la fratellanza devono risultare dei punti fermi nel nostro cuore. Praticamente, le parole di Paolo fanno molto pensare a quelle di Giovanni il quale afferma: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la Sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (1Gv 3:16).
      Siamo noi disposti a questo?
      Paolo lo era! Inoltre, tutto questo deve essere caratterizzato anche dalla gioia. Essere disponibili verso i fratelli deve essere un’occasione di gioia e di allegrezza, per la dimostrazione di amore che si dà e per i conseguenti vantaggi che questi possono ottenere. Anche quest’atteggiamento dimostra di essere un seguace di Cristo, e Paolo lo era veramente. Per cui il dare tutto noi stessi per i fratelli, nella disponibilità, è un argomento di gioia, perché si sperimenta ulteriormente che la comunione fraterna è veramente un dono prezioso.
     

(5. continua)
     

      Andrea Belli