Scritta dal carcere


LA LETTERA DI PAOLO AI FILIPPESI (I)
     
     
La diffusione dell’Evangelo nelle regioni governate dall’Impero romano conobbe certamente una tappa strategicamente fondamentale con la nascita della chiesa di Filippi. Oltre ad altre, fu questa la ragione per la quale l’apostolo Paolo restò per sempre legatissimo ai credenti di questa città.
     
     
     
INTRODUZIONE
     
1. La chiesa di Filippi
     
      La chiesa di Filippi fu la prima nata per il ministerio di Paolo nel continente europeo, durante il suo secondo viaggio missionario, verso il 50-51 d.C.
      L’apostolo, partito da Antiochia con Sila (che alcuni identificano con Silvano) attraversò la Siria e la Cilicia, fortificando o, come afferma il Diodati “confermando le chiese” (At 15:41).
      Mentre si trovava a Troas, Paolo ebbe la visione di un macedone che gli diceva: “Passa in Macedonia e soccorrici” (At 16:9).
      Paolo partì da Troade e raggiunse l’isola di Samotracia, per poi arrivare a Neapoli, che oggi si chiama Cavalla, porto macedone. Raggiunsero, a una dozzina di chilometri, Filippi, indicata da Luca (At 16:12), come “colonia romana” e “città più importante della Macedonia”.
      Il primo soggiorno di Paolo a Filippi fu importante per parecchi avvenimenti: la predicazione alle donne riunite nel luogo dove pregavano gli Ebrei sulle rive del fiume (probabilmente il Gangas), la conversione della venditrice di porpora originaria di Tiatiri, Lidia, e di tutta la sua famiglia, la guarigione della serva pitonessa ed il conseguente arresto di Paolo e Sila operato dai padroni di quest’ultima, poiché era svanito lo strumento del loro guadagno, la comparizione di Paolo e Sila dinanzi ai pretori che, come condanna, li fecero flagellare, per poi imprigionarli. Un grande miracolo divino mise fine a queste terribili prove “A un tratto, vi fu un gran terremoto, la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell’istante tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti si spezzarono” (At 16:26). Dopo questo episodio vi fu la conversione del carceriere (At 16:34).
      I cristiani di Filippi occupavano un posto speciale nel cuore di Paolo. Egli aveva sofferto in quel luogo, ma per la misericordia del Padre Celeste era sorta una chiesa fedele. Dai Filippesi, Paolo accettò, durante i suoi viaggi attraverso la Macedonia, aiuti materiali: “Anche voi sapete, Filippesi, che quando cominciai a predicare il vangelo, dopo aver lasciato la Macedonia, nessuna chiesa mi fece parte di nulla per quanto concerne il dare e l’avere, se non voi soli (Fl 4:15),.Fino alla fine resteranno, come egli stesso afferma, i suoi fratelli “cari e desideratissimi”, la sua “allegrezza”, la sua “corona”.
     
     
2. L’occasione della lettera
     

      Dal testo stesso della lettera si può benissimo notare che questa è stata scritta mentre Paolo era prigioniero. I Filippesi, informati della prigionia di Paolo, mandarono da lui Epafrodito, con l’incarico di portargli i loro amorevoli doni. Epafrodito, dopo essersi rimesso da un’infermità che lo aveva colpito, ritorna a Filippi. Come per altre tre lettere di Paolo (Colossesi, Filemone, Efesini) è sorta una questione: quale prigionia Paolo stava vivendo? Come sappiamo Paolo conobbe un primo periodo di prigionia a Roma nel 60-62 o 61-63 d.C. La stessa lettera ai Filippesi ci può venire in aiuto: infatti vi leggiamo “a tutti quelli del pretorio e a tutti gli altri è divenuto noto che sono in catene per Cristo” (1:13). Anche un altro passo è significativo: “I fratelli che sono con me vi salutano e specialmente quelli della casa di Cesare” (4:22).
     
Quest’ultima espressione non è riferita ai membri della famiglia imperiale, ma ai servi dell’imperatore, schiavi e liberi. Molti commentatori sono propensi a pensare che sia Roma la città nella quale si trovavano la “casa imperiale” e la “casa di Cesare”. Quindi il luogo più probabile in cui Paolo si trovava prigioniero è Roma, anche perché i saluti affettuosi di “quelli della casa di Cesare”, si comprendono meglio se provenienti da Roma, quale testimonianza del progresso del Vangelo in quel luogo.
      La tradizione vuole, che la lettera sia stata scritta nella primavera del 63 d.C.
     
     
3. Caratteristiche dell’epistola
     

      Paragonandola con le altre lettere paoline, quella ai Filippesi è la più scorrevole nel linguaggio.
      Il tono che l’apostolo utilizza appare intimo e personale, per questo le esortazioni e gli ammonimenti non sono espressi in forma di giudizio, ma in modo persuasivo ed amorevole.
      Naturalmente il soggetto intorno a cui ruota tutta la lettera è la Persona del Signore Gesù, infatti più volte Paolo pronuncia affermazioni che non lasciano alcun dubbio: “il vivere è Cristo” (1:21). La norma della condotta dei Filippesi doveva riflettersi nell’esempio eccellente di Gesù Cristo, verità incontestabile per ogni vero credente. Si può inoltre notare quanto fosse sicura, da parte dei primi cristiani, la fede nella divinità di Cristo.
     
Per quanto riguarda l’autenticità della lettera ai Filippesi, il testo stesso rivela chi ne è l’autore con la caratteristica schiettezza dell’apostolo.
      L’attribuzione a Paolo dell’epistola fu inoltre attestata fin dal secondo secolo dopo Cristo dalle lettere di Clemente Romano e di Policarpo. Ai nostri giorni, l’autenticità dell’epistola ai Filippesi è universalmente ammessa.
      Nascono invece delle controversie per quanto riguarda l’unità della lettera e la sua integrità.
      Sono state sollevate soprattutto a causa dell’inizio del capitolo terzo, in cui l’apostolo afferma “Del resto, fratelli miei, rallegratevi nel Signore”, introducendo il tema ricorrente della gioia. Ma al v. 2 vi è un completo cambiamento di argomento “Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere”. Già nel secolo diciassettesimo, Stefano Monaco traeva argomento da questa brusca transizione per ritenere che Fl 3:1-4:20 derivava da un’altra lettera dell’apostolo. L’ipotesi di una giustapposizione è stata ripresa da alcuni autori sotto forme diverse: J.Weiss pensava che Fl 3:2-4:1, poteva provenire da una lettera anteriore scritta da Paolo ai Filippesi in occasione delle dispute suscitate nella chiesa di Corinto dai giudaizzanti.
      Anche Schweitzer propose un’ipotesi dello stesso genere: Fl 3:2-4:9 potrebbe essere il frammento d’una lettera scritta da Paolo in un momento in cui doveva combattere l’influenza giudaizzante nelle chiese della Macedonia, verosimilmente durante il soggiorno di Efeso.
      Secondo Loisy la lettera ai Filippesi “risulterebbe da due piccole lettere autentiche invertite nella compilazione, la prima delle quali (Fl 4:10-22) si riferirebbe al 59, la seconda (Fl 1; 2; 4:12-19, 23; 3:1; 4:4-7) al 60 e alle quali sarebbero stati aggiunti, verso il principio del secondo secolo, certi elementi di gnosi cristiana, cioè conoscenza cristiana e di polemica antigiudaizzante”.
      L’ipotesi di un’interpolazione di brani gnostici poggia solo sulla volontà di togliere a Paolo un passo cristologico di grandissima importanza (Fl 2:6-11).
      La transizione di Fl 2:5 che Loisy giudica artificiale, è al contrario, importantissima: infatti, avendo raccomandato ai Filippesi la carità e l’umiltà, è naturale che l’apostolo presenti Cristo come il modello esemplare di queste virtù.
      Coloro che pretendono di dissezionare questa epistola in frammenti di data diversa, benché autenticamente paolini, non tengono conto del fatto che una lettera non è un’esposizione scritta metodica, lineare o didattica.
     
In conclusione si può certamente affermare che l’unità dell’epistola ai Filippesi non presenta alcuna difficoltà che non possa essere spiegata semplicemente dal fatto che la composizione di una lettera è caratterizzata dalla libertà. Nei commenti esegetici dei capitoli che formano tale epistola non si potrà fare altro che avvallare l’autenticità e l’unità di questa lettera
     
     
IL COMMENTO
     

Un saluto speciale (1:1-2)

     
      L’apostolo Paolo apre la sua epistola con un saluto, ma nei primi due versetti non vediamo soltanto parole affettuose e speranzose verso i membri della chiesa di Filippi, ma anche e soprattutto una prima esaltazione del Padre Celeste, accompagnata subito dopo dall’eccellenza del nome del Signore Gesù. Le parole dell’apostolo risultano essere espressioni dense di amore verso il Padre Celeste, verso il Signore Gesù e per ultimo verso i Filippesi.
      Da queste prime parole viene sottolineato quello che sarà uno degli argomenti che riempirà tutta la lettera: il sentimento dell’amore e l’esortazione a rimanere nella carità.
     
Per Paolo era fondamentale il fatto di perseverare nell’imitazione di Dio (Ef 5:1) e di modificare la propria vita per possedere il carattere di Cristo (Fl 2:5). Infatti l’apostolo, esortando i Corinzi afferma parole molto efficaci e di sprone “Siate miei imitatori, come anch’io lo sono di Cristo” (1Co 11:1). Anche in questa lettera, l’apostolo Paolo dimostra che veramente la fonte della sua forza era il Cristo (1:21).
      Abbiamo noi lo stesso sentimento che era in Cristo Gesù?
      Sperimentiamo ogni giorno la comunione con il Signore?
      Esaltiamo il nome di Dio e del Suo Figlio in ogni nostra circostanza?
      L’apostolo Paolo sottolinea ed esalta il perfetto rapporto Padre-Figlio fin dall’inizio della sua lettera. Nel saluto che egli porge ai membri della chiesa di Filippi.
      Che veramente meditando questa lettera, il Signore stesso ci insegni dalla Sua Parola, affinché si possa realizzare una maggiore crescita spirituale.
     
     
L’apertura della lettera (v. 1)
     

      Non soltanto l’apostolo Paolo ebbe un posto da protagonista nella vita della chiesa di Filippi, anche il suo amato Timoteo ha partecipato attivamente al bene di questa chiesa (2:19-30), insieme ad Epafrodito.
      “Paolo e Timoteo” sono i primi nomi che compaiono nella lettera, per un ruolo informativo, ma anche per sottolineare una chiamata meravigliosa che essi hanno sperimentato.
      a) La chiamata si identifica nel servizio.
      Tutto questo viene attestato dallo stesso apostolo Paolo “Paolo e Timoteo, servi”: nessun posto di governo, di dominio o di comando caratterizzava i loro animi e i loro cuori.
      In altri suoi scritti Paolo spiega molto bene quali erano le necessarie credenziali per il servizio.
      • Il servizio deve essere svolto bene. Sebbene questa prima caratteristica possa apparire ovvia, l’apostolo Paolo si premura di precisarla, ad esempio, rivolgendosi ai membri della chiesa di Colosse riguardo ad Archippo “Dite ad Archippo: «Bada al servizio che hai ricevuto dal Signore, per compierlo bene»” (Cl 4:17). Qualunque servizio cristiano deve essere svolto nel migliore dei modi, non basandosi sulla forza umana, ma esclusivamente sulla forza della potenza di Dio (Ef 6:10).
      Il servizio inoltre deve essere compiuto nella gioia e nell’allegrezza.
      • Il servizio deve essere svolto senza offrire la possibilità di essere biasimati. È ancora Paolo a sottolineare questa riflessione: “Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato” (2 Co 6:3). La Parola di Dio ricorda che purtroppo è possibile scandalizzare, ma questo deve essere evitato (Ro 14:13-23). Paolo ha scritto sempre ai Corinzi “Non siate d’intoppo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio” (1 Co 10:32). Le accuse che gli uomini possono rivolgerci devono essere calunnie o parole infondate, e non devono mai risultare vere. Il credente deve essere un ambasciatore irreprensibile.
     
      b) Il servizio è subordinato a Cristo.
      Paolo continua la sua dichiarazione affermando di essere “servo di Cristo Gesù”, precisazione fondamentale che testimonia a quale “padrone” fossero sottomessi lui e Timoteo. Il loro servizio era completamente subordinato alla volontà e alla Persona di Cristo.
      Come il Signore Gesù venne su questa terra per servire (Mt 20:28), nella stessa maniera il credente è chiamato ad un servizio sempre presente e perseverante, tale da raggiungere il livello di amore posto dall’apostolo Giovanni: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la Sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (1Gv 3:16). Essere servitori di Cristo, significa necessariamente seguire quello che era il Suo esempio di servizio!
     
      c) Il servizio è un beneficio per l’intera chiesa.
     
Tutta la lettera è improntata sul ricordo che il servizio svolto da Paolo e Timoteo, ha contribuito notevolmente alla gioia e alla crescita di questi fratelli di Filippi. Il servizio del cristiano ha come scopo principale quello di essere gradito a Dio, ma anche di essere “gradito ai santi” (Ro 15:31). Che il nostro servizio, nella chiesa, non sia imperniato sulla nostra gratificazione personale, ma sull’intento di rendere gloria al Signore (1Co 10:31), e di portare un beneficio per tutti i credenti.
     
     
La conclusione del saluto (v.2)
     

      Dopo essersi presentato e dichiarato servitore di Cristo, insieme al suo collaboratore Timoteo, Paolo si avvia alla conclusione di questo saluto speciale indirizzato ai Filippesi, sottolineando un suo particolare desiderio che è presente in tutte le sue lettere, quasi con le stesse parole, salvo leggere varianti. Non si può certo dire, che la conclusione di questo saluto sia da considerare superflua: se Paolo, ispirato dal Santo Spirito, ha affermato “grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo”, significa che la nostra attenzione si deve fermare su questa frase.
     
      a) Dio è fonte di grazia e di pace.
      Grazia e pace, che vengono solo dalla persona di Dio, devono essere elementi presenti nella vita dei Filippesi. Il credente è chiamato a crescere nella grazia (1Pi 5:10).Il nostro Dio è ripieno di grazia ed è assurdo che il credente riguardi da un’altra parte per ricercarla. Inoltre in molti passi neotestamentari, è sottolineata l’importanza della moltiplicazione della grazia (1Pi 1:2; 2Pi 1:2).
      La conclusione del saluto formulata dall’apostolo Paolo, verso i membri della chiesa di Filippi, pone come ulteriore riflessione, la verità incontestabile che Dio è altresì fonte di pace. Come per la grazia, anche per quanto riguarda la pace il Nuovo Testamento non è carente di passi che evidenziano la sua importanza nel cristiano: “misericordia, pace e amore vi siano moltiplicati” (Gd v. 2). Il credente è esortato a perseguirla e a conservarla, poiché la serenità, che implica necessariamente una comunione viva ed efficace con Dio, sarà inclusa nello stato intimo e viscerale del cristiano.
      Il Signore nella sua grazia, elargisce la pace “sempre ed in ogni maniera” (2Te 3:16): cioè in qualsiasi momento, anche il più inaspettato, la pace vera colma il nostro cuore esclusivamente per la misericordia divina. Con un tale sentimento nel cuore, è più facile e più spedito il cammino della santificazione che è la naturale dimostrazione della nostra salvezza e della nostra adorazione. Ed anche in questo caso il Signore ci viene in soccorso “Or il Dio della pace vi santifichi Egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1Te 5:23).
     
      b) L’abbinamento perfetto.
      Naturalmente, Paolo non può citare il nome del Padre Celeste, senza che questo sia accompagnato dal nome di Colui al quale tutte le ginocchia si dovranno piegare (2:10) ed ogni lingua dovrà confessare la Sua signoria (2:11).
      L’epistola ai Filippesi, non poteva essere priva di quelle parole che sottolineano in una maniera inequivocabile e precisa l’importanza della Persona di Cristo. E Paolo ne è consapevole!
     
      Questi primi due versetti, caratterizzati dalla potenza dell’ispirazione dello Spirito Santo, introducono certamente nel migliore dei modi la meditazione di questa breve, ma importantissima lettera, che Dio ha voluto far pervenire a noi, insieme al resto della Sua Parola.


Ringraziamento, preghiera e fiducia (1:3-6)
     

      Dopo aver esordito con un saluto davvero edificante e fondamentale, l’apostolo Paolo inizia la stesura del corpo della lettera, sottolineando in maniera particolare, già nei primi versetti, tre caratteristiche fondamentali che devono necessariamente essere possedute dal cristiano per poi essere manifestate agli altri (esattamente l’atteggiamento di Paolo in questo momento). Direi che le tre parole sopracitate “ringraziamento, preghiera e fiducia” rappresentano tre caratteristiche molto importanti per un buon cammino di fede e santificazione. Paolo le ritiene talmente importanti che in determinate circostanze e in molti passi egli si prodiga anche a esortare i vari credenti nel ricercare tutte queste cose.
      In relazione al ringraziamento:
      • “Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in Lui; radicati, edificati in Lui e rafforzati dalla fede, come vi è stata insegnata, abbondate nel ringraziamento (Cl 2:6-7).
      • Ai credenti della chiesa di Corinto Paolo dichiara “moltiplichi il ringraziamento alla gloria di Dio” (2 Co 4:15).
      In relazione alla preghiera:
      • Paolo esorta la chiesa di Colosse a perseverare nella preghiera (Cl 4:2).
      • Esorta gli Efesini a pregare in ogni tempo (Ef 6:18).
      In relazione alla fiducia:
      • Paolo aveva fiducia che i Tessalonicesi avrebbero compiuto quello che era stato ordinato (2Te 3:4).
      • Sottolinea l’importanza della fiducia davanti al privilegio che il credente ha di accostarsi a Dio con piena libertà (Ef 3:12).
      Il ringraziamento, la preghiera e la fiducia si completano a vicenda. Il cristiano non può essere caratterizzato da una sola di queste, senza avere anche le altre due. 13:11).
     

(1. continua)
     
      Andrea Belli