essere pecora



EDITORIALE

     Fra i doni che ho ricevuto dal Signore vi è anche quello, oggi sicuramente molto apprezzabile, di vivere in un piccolo paese circondato da campi coltivati, prati e boschi. Purtroppo non sempre ho tempo a disposizione per fare delle passeggiate, ma, quando mi capita l’occasione, scopro sempre qualcosa di interessante da osservare. Alcune settimane fa, ad esempio, ho notato che il prato recintato, dove altre volte avevo visto pascolare un gregge di pecore, era insolitamente vuoto. Mentre stavo osservando, il silenzio della campagna è stato rotto all’improvviso da un fischio sibilante: era “il padrone-pastore” (fra l’altro mio amico d’infanzia) che ogni sera all’imbrunire richiama con quel suono del tutto personale le pecore all’ovile. Come per incanto dal bosco ai margini del prato sono uscite fuori decine di pecore che, prima sparse qua e là, si sono poi incolonnate disciplinatamente prendendo subito la direzione dell’ovile.Fra il fischio e la loro apparizione saranno trascorsi sì e no tre o quattro secondi: un ascolto e un’ubbidienza immediati!
     Un episodio, questo, che qualche mattina fa, mentre rileggevo di primo mattino le parole del Salmo 23, mi è tornato alla mente. Una verità, bella e commovente, ma anche scomoda e imbarazzante, si è fatta strada nel mio cuore. Infatti forse non avevo mai pensato abbastanza al fatto che Egli può essere davvero “il mio pastore” soltanto quando io accetto di essere una pecora: la SUA pecora! Certo: è “bello e commovente” ricordare che sono la pecora di un pastore che, pur di strapparmi dalle grinfie del nemico, si è reso disponibile fino a deporre volontariamente la sua vita sacrificando sé stesso al posto mio; ma è d’altro canto “scomodo e imbarazzante” sapere che Egli mi chiama ad essere la sua pecora. Ed essere pecora, nel mondo di oggi, non è un atteggiamento di cui andare fieri: l’umiltà, la mansuetudine, l’arrendevolezza, la totale sottomissione non sono certo “virtù” di cui vantarsi, perché rappresentano piuttosto “i vizi” dei deboli, dei rammolliti, di chi non ha polso né fegato, di chi in sostanza è destinato ad essere escluso, a vivere ai margini, ad essere umanamente un perdente. Il forte, il vincente, l’uomo di successo è colui che si sente e vive libero da regole e da legami, è colui che si muove quando e come vuole, che non aspetta il fischio di un pastore e che non va, tantomeno, nella direzione da lui indicata... è colui che afferma con arrogante presunzione: “IO sono il MIO pastore”.
     Ho capito allora, a nuovo, che le parole del Salmo 23 mi chiamano in realtà ad operare una sostituzione totale e quotidiana nella mia vita: non più “IO” ma “ILSIGNORE”! Per ottenere tutto quello che “il buon Pastore” mi offre (dal “nulla mi manca” all’“abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni”) devo percorrere la strada della rinuncia: devo abbandonare la presunzione di poter essere “pastore” ed accettare, con tutte le relative conseguenze ed implicazioni, di “essere pecora”. E una pecora pronta ad ubbidire al fischio del Pastore per muoversi e camminare nella direzione da Lui indicata; una pecora che impari ad ascoltare la voce del Pastore e a distinguerla da quella dei “mercenari” che, pur presentandosi come tali, in realtà “non sono pastori”, perché non proteggono ma “abbandonano”, non donano ma “rapiscono”, non guidano all’ovile, ma “disperdono” (Gv 10:12).
     “IL SIGNORE È IL MIO PASTORE”: splendida realtà di cui realizzerò pienamente le benedizioni quando accetterò di essere, sempre e comunque, LA SUA PECORA.


Paolo Moretti