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Relazioni difficili


QUANDO LA FEDE DIVIDE


Non è facile vivere con amore e con coerenza le proprie scelte, all’interno delle relazioni familiari e delle diverse esperienze che queste propongono, quando si parte da princìpi diversi. Dio chiama i suoi figli, sempre e comunque, a camminare nella luce e a non compromettersi con le tenebre.



Caro Marco,
      (…) mi sono convertito alcuni anni fa (…) Quando ho incontrato il Signore, i miei tre figli erano già adulti e tutti i tentativi di parlare loro di Gesù, di come ha cambiato la mia vita, fino ad ora sono risultati vani. Nonostante tutto ho sempre pregato per loro e non ho mai perso la speranza (…). Da mia moglie non ho avuto nessun aiuto, in quanto lei si crede a posto in tutto quello che le compete; si dichiara cattolica anche se non va quasi mai in chiesa, e quando cerco di aprire un dialogo lo rifiuta a priori, rinfacciandomi il mio passato non sempre cristallino…

Lettera firmata


Stimato fratello Marco,
      (…) un fratello in fede, che è il solo convertito nella sua famiglia, ha una figlia che si deve sposare. Lui accetta di accompagnarla davanti al prete, ai piedi di un altare di idoli, dove il prete svolge il rito matrimoniale completamente cattolico. La sua scelta è coerente con la sua identità di cristiano evangelico?...


Lettera firmata

Una difficoltà concreta e spirituale

      Queste due lettere testimoniano una sofferenza familiare concreta, dalla quale emerge un identico problema di fondo: l’importanza di una testimonianza fedele. A volte, nelle famiglie dove non tutti i membri sono credenti si può quasi percepire un senso di disagio e di tensione che aleggiano nell’aria. Non può essere altrimenti, visto che la Bibbia afferma molto esplicitamente che il credente rinato in Cristo è un figlio della luce, mentre chi non ha riconosciuto Gesù come suo Signore e Salvatore, rimane purtroppo un figlio delle tenebre (1Te 5:5; Gv 3:18-21; Cl 1:13; ecc.).
      Questa è una realtà spirituale che a molte orecchie può dar fastidio, perché si scontra con il pensiero moderno, sia laico che religioso, che incoraggia la tolleranza e l’ecumenismo. Oggi infatti si tende a livellare le differenze, in modo da eliminare ogni possibile attrito ed ogni pietra d’inciampo sul cammino del dialogo interreligioso. La tendenza è quella di creare un’amalgama di credenze che possa andare bene per tutti; quasi una confessione di fede universale che accetti i punti di ogni religione mondiale. È naturale che, in una tale prospettiva, se qualcuno vuole essere coerente con la Scrittura, viene subito tacciato di integralismo e di gretto fondamentalismo.
      Mi rendo conto che affermare che in una stessa famiglia possano esservi “figli di luce” e “figli delle tenebre” significa gettare un macigno nel tranquillo laghetto della nostra quotidianità. Eppure è una realtà affermata dalla Bibbia e la coesistenza di questi aspetti genera problematiche che devono essere gestite con saggezza e con una fedele testimonianza al Signore da parte di chi nella famiglia è credente.
      Quando ci si converte, si prova l’irresistibile impulso di rendere partecipi i nostri familiari della gioia di aver incontrato Cristo. Nello zelo e nell’entusiasmo della nostra nuova vita ci aspettiamo una risposta positiva, ma purtroppo il più delle volte troviamo invece indifferenza, se non addirittura aperta ostilità. E allora ci sentiamo delusi e frustrati dalle persone che amiamo di più. Ci sembra di aver scoperto un tesoro di enorme valore, ma i nostri cari se ne disinteressano. In quel momento inizia la sofferenza per il credente che non può condividere il suo nuovo cammino di fede con coloro che vivono sotto il suo stesso tetto.
      Il Signore Gesù ci ha avvisati che questo poteva succedere: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua” (Mt 10:34-36). Ma nello stesso tempo Egli ci rincuora con una promessa: “Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo” (Gv 16:33).
      Si tratta allora di mantenere alta la propria testimonianza personale, in modo da conquistare i nostri cari con la potenza della nostra nuova vita in Cristo. “In passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli di luce – poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità – esaminando che cosa sia gradito al Signore” (Ef 5:8-10).


Esaminare cosa sia gradito al Signore

      Questo è il dovere essenziale per ogni credente. Cerchiamo quindi di mettere in evidenza quali sono gli elementi necessari per una fedele testimonianza del nostro essere “figli di luce”. Spesso infatti non sono le nostre parole che convinceranno gli altri, ma la nostra condotta, poiché il nostro comportamento tutti lo possono constatare direttamente.
      Ogni sincero credente deve dunque esaminare cosa sia gradito al Signore. Se ognuno di noi si mantiene in questa disposizione d’animo, molti problemi nelle relazioni familiari difficili potrebbero risolversi.
      Ci sono almeno tre aspetti da considerare.

1. L’amore. Quando un membro della famiglia si converte e gli altri no, il Signore stesso lo esorta ad amare i suoi familiari con un amore nuovo, orientato al loro bene spirituale. Questo amore deve essere l’espressione dell’amore di Cristo in noi e deve manifestarsi nella realtà della nostra vita quotidiana. “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità. Da questo conosceremo che siamo della verità e renderemo sicuri i nostri cuori davanti a lui” (1Gv 3:18,19; cfr. anche De 10:19; Mt 5:44-48; Ro 13:8-10; Ga 5:13-15; 1Pt 3:1; 1Gv 3:10; ecc.). Tuttavia, questo amore deve realizzarsi “nella verità” e perciò deve risultare dal nostro “essere nella verità”. Per rimanere nella verità occorre essere radicati nella Parola di Dio e stabilire delle corrette priorità. La più grande di queste è l’amore per il Signore. “Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua” (Mc 12:30). Questo significa che tutto il nostro essere deve concentrarsi su Dio e il nostro cuore deve “bruciare” d’amore e di riconoscenza per Colui che è morto e risorto per noi. Questo amore per il Signore è poi strettamente collegato all’obbedienza: “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14:15). Non dobbiamo assolutamente invertire le priorità del nostro amore, poiché il primo posto spetta sempre a Dio! “Chi ama madre o padre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10:37). Noi siamo in grado di amare gli altri “nella verità”, solo quando amiamo Dio al di sopra di tutto e di tutti. Non dobbiamo lasciarci vincere dal sentimentalismo superficiale solo “per amor di pace”. Non dobbiamo cedere alle pressioni dei nostri familiari non credenti quando queste si scontrano con gli insegnamenti di Cristo; facciamo capir loro, con amore, onestà e pazienza che, pur amandoli profondamente, la persona che amiamo di più è, e rimane, Dio. È vero che il credente deve essere sempre pronto a porgere l’altra guancia, ma non quando questo significa sacrificare la propria coerenza di fede sull’altare di pericolosi compromessi spirituali che disonorano il Signore.

2. La coerenza. In una delle due domande, un fratello chiede se la scelta di accompagnare la figlia all’altare cattolico esprima coerenza con la sua identità di credente evangelico. Alla luce di quanto già esposto, credo che ognuno sia in grado di dare la risposta: no! Capisco che un matrimonio è una situazione particolarmente coinvolgente a livello affettivo ed emotivo. Si tende a far filare tutto liscio per non creare dissidi o tensioni, in un momento in cui c’è già una discreta agitazione da parte di molte persone. Capisco che per gli sposi sia (o dovrebbe essere) il giorno più importante della loro vita e vedere che il padre si rifiuta di accompagnare la figlia all’altare viene vissuto come un affronto personale estremamente grave, che coinvolge consuoceri, parenti, amici, invitati, e favorisce i pettegolezzi e le dicerie. Questo fatto può essere l’occasione, per i membri non credenti della famiglia, per scaricare conflittualità represse, per accusare di settarismo e fanatismo o per criticare con malevolenza la presunta mancanza di amore. Sono consapevole di tutti questi aspetti, ma mi rendo conto che la coerenza ha sempre un prezzo! Inoltre, chi ha più diritto di essere onorato? Dio o gli uomini? Non dimentichiamo che ogni credente è anche chiamato a soffrire per la sua fede: “È una grazia se qualcuno sopporta, per motivo di coscienza davanti a Dio, sofferenze che si subiscono ingiustamente. Infatti, che vanto c’è se voi sopportate pazientemente quando siete malmenati per le vostre mancanze? Ma se soffrite perché avete agito bene, e lo sopportate pazientemente, questa è una grazia davanti a Dio. Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme” (1Pt 2:19-21).
      Non si deve tuttavia manifestare la propria coerenza con arroganza e presunzione, perché altrimenti la testimonianza sarebbe annullata, bensì essa deve venir motivata con chiari riferimenti biblici, condita con l’amore e la premura per i propri familiari non credenti. La coerenza di una scelta che può anche essere dolorosa è una potente testimonianza che potrebbe avere dei frutti di ravvedimento in seguito. Invece, quando si cede al compromesso e si accetta di compiere atti che con le parole si condannano, si può rendere vana la testimonianza della nostra fede anche in futuro. Ricordiamoci che un credente che voglia essere coerente sarà sempre impegnato nel combattimento spirituale, ma ne uscirà vincitore (Ef 6:10-18). Un credente che invece cede ai compromessi con il mondo avrà una vita di fede indebolita. Quando si condanna a parole l’idolatria cattolica romana e poi si partecipa ai suoi riti, si dimostra di non voler onorare la Parola di Dio.

3. La santificazione. Un’ultima riflessione riguarda la nostra chiamata alla santificazione (2Co 7:1; 1Te 4:7; Eb 12:14). “Santificazione” significa “separazione”, perciò la chiamata alla santificazione è una chiamata alla separazione dal peccato e da tutte le sue forme. Attraverso la Scrittura noi possiamo avere la giusta percezione di cosa Dio definisce peccato e dunque separarcene. Non significa abbandonare il mondo per ritirarsi in un dorato eremitaggio, né tantomeno separarci dai nostri familiari non credenti! Significa perseverare giorno dopo giorno nel riconoscere giusti i decreti di Dio ed applicarli alla propria vita, permettendo allo Spirito Santo di fare piazza pulita di tutti i rimasugli di sporcizia che abbiamo nel cuore. L’incoerenza della nostra condotta, accettando compromessi che sappiamo essere sbagliati davanti a Dio, rappresenta l’antitesi della santificazione! È un’aperta ribellione al Signore e testimonia il rifiuto di obbedirGli fino in fondo. Quando il singolo credente apre la porta a piccole concessioni, giustificandole con arguzie psicologiche o ecumeniche, permette al diavolo di istituire un deposito nella sua vita, e ciò contribuisce anche a indebolire la chiesa locale. La Parola ci chiama invece ad essere tutti i giorni dei fedeli testimoni del Dio vivente.


Necessità della perseveranza

      Per concludere, esorto il caro fratello che si ritrova ad essere l’unico convertito della sua famiglia a non lasciarsi scoraggiare, e se i tuoi cari non credenti continuano a rifiutare la fede, persevera in un atteggiamento di amore e di preghiera per loro, in modo da manifestare più con gli atti che con le parole, che la tua vita può essere uno strumento della grazia di Dio. Nella seconda lettera, invece, confermo al fratello il reale pericolo che c’è quando si cede ai compromessi apparentemente innocui del mondo o della religiosità rituale e idolatrica. Non abbassiamo le difese, perché così facendo esponiamo le nostre famiglie e le nostre comunità ad un subdolo, ma impietoso attacco dell’avversario.
      La mia sincera preghiera è che ogni marito, ogni moglie ed ogni figlio credenti, se vivono in famiglie dove non tutti i membri lo sono, non si lascino prendere dallo sconforto, ma portino avanti la loro testimonianza di fede nella coerenza e nella costanza, con l’amore di Cristo che si attua nella verità e con la fermezza necessaria ad evitare ogni forma di compromesso che infanghi questa verità. “Se sapete queste cose, siete beati se le fate” (Gv 13:17).

Marco Distort