banalizzazione


EDITORIALE


      Avevo da poco compiuto sette anni quando, per la prima volta, ho visto “la morte”: il corpo del mio nonno paterno steso sul marmo gelido di un obitorio. Ricordo, proprio come se fosse ora, che sono uscito fuori di corsa e per notti e notti ho stentato a prendere sonno. Anche in seguito bastava solo che sentissi parlare di persone morte (conosciute e non) o che soltanto vedessi qualche traccia di sangue che una profonda angoscia mi assaliva. Ho poi scoperto, all’età della “ragione” (ammesso che l’abbia mai raggiunta!) e soprattutto al momento della mia conversione, che quell’angoscia era una conseguenza diretta della conoscenza che le letture e gli ascolti infantili della Parola diDio mi avevano dato del peccato. La morte mi angosciava perché sapevo che era frutto del peccato e del mio non essere in regola con la giustizia di Dio. Per questo con la morte e sulla morte non mi sarei mai permesso di scherzare e, peggio ancora, di giocare. E quell’angoscia era il sentimento formativo che un giorno mi avrebbe spinto a trovare pace ai piedi della Croce.
      Qualche sera fa, seguendo solo per una parte uno dei tanti dibattiti televisivi sull’orrendo delitto di Novi Ligure, ho sentito il prof. Bollea, noto ed anziano esperto di neuropsichiatria infantile, affermare con convinzione e con dolore che cartoni animati, giornaletti, videogiochi e quant’altro “hanno banalizzato la violenza e la morte”, cioè hanno fatto sì che nella mente dei bambini la violenza e la morte siano diventate realtà insulse, cioè senza più senso e significato. Non è in questione solo la confusione fra il virtuale e il reale: quella, tanto per intenderci, che ha portato dei piccoli a lanciarsi dalla finestra credendo di poter volare come i protagonisti dei loro cartoni preferiti. Il problema è qui, evidentemente, molto profondo e serio ed è un problema a doppio taglio:
Nel suo taglio “esterno” la banalizzazione fa sì che non si abbia più alcun rispetto per l’altro, per cui si può offendere, prevaricare, violentare fino ad uccidere senza che questo abbia più, nella mente e nella coscienza, un significato negativo.Ciò che conta sono l’affermazione e la soddisfazione di sé. Non ci si deve perciò donare all’altro, ma si devono “succhiarne le energie vitali”.
      Nel suo taglio “interno” invece la banalizzazione, togliendo qualsiasi significato alla morte (ma, di conseguenza, anche alla vita!), fa sì che non sia più percepita la relazione peccato-giustizia di Dio-morte. E qui s’inseriscono le grandi contraddizioni della “scienza” umana: ai bambini non si deve più parlare di morte per non angosciarli, ma si propinano loro ogni giorno decine e decine di immagini di violenza e di morte; ai bambini non si deve più parlare di peccato e di giudizio, perché questo finirà per creare in loro dei pericolosi complessi di colpa, ma è molto più grave, e sempre più diffuso, “il complesso” di fragilità e di insicurezza, dovuto alla mancanza di regole e di autorità che le facciano rispettare, quando occorre anche con la disciplina.
      Una straordinaria vittoria del Maligno! Quando la morte viene banalizzata, non è più possibile presentarla come “salario del peccato”, cioè come il giusto prezzo da pagare alla perfetta giustizia di Dio. Di conseguenza anche “il dono di Dio in Cristo Gesù” diventa banale. Crolla tutta l’impalcatura della Rivelazione di Dio all’uomo: se la morte non ha senso, non ha senso parlare di peccato e meno ancora ne ha parlare di Uno che per i nostri peccati è morto! Facciamo allora attenzione a quello che vedono i nostri bambini, alle esperienze che vivono: se anche in loro “morte e peccato” saranno banalizzati, ci renderemo complici della vittoria di Satana!

Paolo Moretti